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martedì 17 febbraio 2015

I Domenica di Quaresima


Dal libro della Gènesi (Gen 9,8-15)

Dio disse a Noè e ai suoi figli con lui: «Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra». Dio disse: «Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra. Quando ammasserò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi, ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e ogni essere che vive in ogni carne, e non ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne».

 

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo (1Pt 3,18-22)

Carissimi, Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. E nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere, che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua. Quest’acqua, come immagine del battesimo, ora salva anche voi; non porta via la sporcizia del corpo, ma è invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo. Egli è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze.

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1,12-15)

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

 

Questa settimana ricomincia un’altra Quaresima. Essa comprende sei domeniche in cui la liturgia ci propone questo itinerario: nelle prime due domeniche ascolteremo il vangelo di Marco (le tentazioni nel deserto, Mc 1; la trasfigurazione, Mc 9), poi per tre volte il vangelo di Giovanni (la cacciata dei commercianti dal tempio, Gv 2; Nicodemo, Gv 3; l’annuncio della passione, Gv 12) e infine – nella domenica delle palme – il passio secondo Marco.

Come sappiamo, questo percorso dovrebbe portarci ad approfondire la nostra frequentazione – e dunque la nostra conoscenza – e dunque la nostra relazione – con Gesù di Nazareth (e col Padre suo e nostro di cui Egli è la rivelazione), in particolare guardando alla sua esistenza dal punto di vista della fine (che ha fatto).

I testi su cui rifletteremo, dunque, andranno guardati in questa prospettiva: cosa ci dicono di Lui all’interno dell’orizzonte della sua passione, morte e risurrezione.

È ciò che bisognerebbe fare sempre coi vangeli: guardarli non come episodi della vita di Gesù punto e basta, ma come episodi della vita di Gesù scritti alla luce della sua Pasqua, cioè, esattamente, scritti per illuminare quell’evento finale della sua vita. È infatti a partire da lì che i discepoli hanno iniziato a narrare la vita di Gesù (i primi testi scritti dai cristiani riguardavano la morte e risurrezione di Gesù; l’annuncio era l’annuncio del risorto), perché è stata la Risurrezione ciò che ha scatenato la fede. Certo, la risurrezione di quell’uomo (e non di uno qualsiasi) – ecco perché è diventato immediatamente fondamentale raccontare non solo la sua risurrezione, ma anche la vita di quell’uomo che era risorto, chi era quell’uomo che era risorto –, ma è indubbio che tutto ciò che è stato scritto su di Lui è stato scritto col deliberato intento di convincere alla fede in Gesù risorto.

Ecco perché – quando si legge un brano di vangelo – non bisogna mai dimenticarsi questo orizzonte: chi scrive, vuole – in tutta onestà (questo va riconosciuto ai discepoli, che infatti fanno spesso una pessima figura) – far conoscere chi era il risorto, per muovere alla fede in Lui.

Leggeremo perciò – in questa Quaresima – i sei testi che la liturgia ci propone in questa precisa prospettiva. Tenendo conto, oltretutto, che la stessa Chiesa li ha scelti in questa prospettiva: sei testi che possano far approfondire ai cristiani chi è Gesù risorto, colui che celebreranno a Pasqua.

Tutta questa lunga introduzione, per segnalare però un rammarico: la Quaresima interrompe il percorso che il Tempo Ordinario ci stava facendo fare, dentro al testo di Marco, di cui nelle ultime domeniche abbiamo affrontato “solo” il cap. 1. Certo, lo si riprenderà nella seconda parte del Tempo Ordinario (dopo il Tempo di Pasqua), ma – come ogni interruzione – crea qualche inconveniente.

Tanto per cominciare: il testo che leggiamo in questa I Domenica di Quaresima ci fa fare un passo indietro rispetto a dove eravamo arrivati domenica scorsa. Infatti siamo sempre al cap. 1 di Marco, ma ai versetti 12-15, cioè esattamente dopo il Battesimo di Gesù (che abbiamo ascoltato la domenica dopo l’Epifania). I versetti 14-15 (quelli dell’inizio dell’annuncio del Regno, dopo l’arresto di Giovanni Battista) sono i medesimi che inauguravano il vangelo della III Domenica del Tempo Ordinario.

In qualche modo è come se questa I Domenica di Quaresima ci facesse recuperare i vv. 12-13 (quelli che parlano delle tentazioni nel deserto) che la liturgia del Tempo Ordinario aveva tralasciato. Anche se si tratta di dover tornare indietro, resta un “recupero” importante, e che – forse – ci fa tornare indietro solo per modo di dire, venendo incontro al rammarico che segnalavamo in precedenza.

Infatti, l’episodio delle tentazioni, che tutti e tre gli evangelisti sinottici collocano all’inizio delle loro narrazioni, e che spesso è stato letto – appunto – come un episodio (iniziato e concluso in quei quaranta giorni), in realtà è la descrizione di una situazione che ha accompagnato Gesù per tutta l’esistenza, fin sotto alla croce (ecco qui l’emergere delle motivazioni della collocazione di questo testo in Quaresima).

Tra l’altro si tratta di una situazione che – riflettendo sul primo capitolo di Marco durante le domeniche del Tempo Ordinario appena concluso – abbiamo già incontrato; anzi, che ci si è presentata con una perentorietà impossibile da ignorare.

Per farne veloce memoria: lo stare giù dal palcoscenico di Gesù (in fila con i peccatori, nella relazione quotidiana coi discepoli), il segreto messianico (imposto ai demoni e al lebbroso di settimana scorsa), il suo ritrarsi e andare altrove (dopo le guarigioni a Cafarnao – e come poi succederà dopo la moltiplicazione dei pani).

I versetti sulle tentazioni, dunque, non vogliono descrivere un episodio della vita di Gesù, ma tratteggiare una situazione che ha vissuto ad ogni passo della sua esistenza: tutta la sua vita è immersa nella tentazione legata alla sua identità. Cioè, in gioco non vi è stata tanto una “tentazione morale” (come noi siamo abituati a pensare le tentazioni: sono tentato di fare questo, di non fare quello…), ma di una “tentazione identitaria”: chi essere, che uomo essere, che messia essere.

Questo è ciò che vi era in gioco, per Gesù. Certo è che il “chi essere” si determina a partire da “che cosa fare” (noi siamo quello che facciamo, molto più di quanto ci rendiamo conto o vogliamo ammettere), quindi – indubbiamente – la tentazione identitaria ha anche dei risvolti morali (cioè sull’agire: sarò l’uomo fedele a mia moglie, che decido di essere, se non avrò rapporti sessuali con altre donne); anche se c’è sempre come uno scarto che ci permette di distinguere “tentazione identitaria” da “tentazione morale” (perché io posso anche non avere rapporti sessuali con nessun’altra donna che non sia mia moglie, ma questo non coincide automaticamente col mio diventare l’uomo fedele a mia moglie; c’è una decisione identitaria che va presa e che determina il mio agire).

Non so se sono riuscita a spiegarmi, ma il tutto per dire che Gesù è stato così, uomo così, messia così, perché ha e deciso di essere così e realizzato il suo essere così agendo così. La sua identità è contemporaneamente figlia e madre del suo agire storico (in una circolarità in cui non si distingue bene cosa sia venuto prima).

Dentro a questo circuito decisione-azione, per lui, come per tutti, si è insinuata la tentazione sul chi essere e dunque sul che fare (e viceversa, sul che fare e dunque sul chi essere).

Che sia così lo dice un altro aspetto curioso di questi due brevissimi versetti di Marco: oltre a Gesù, i personaggi citati sono lo Spirito, Satana, le bestie selvatiche e gli angeli; quasi una sorta di coreografia in cui in scena vanno le forze del bene e le forze del male (se lo si vuole dire dal punto di vista morale), le forze della verità dell’identità e le forze della menzogna sull’identità (se lo si vuol dire dal punto di vista identitario).

Tutta la vita di Gesù, come tutta la vita di ciascun uomo, è attraversata da questa lotta (questa è la vera lotta spirituale, non quelle sciocchezze che ci hanno insegnato sul mangiare una caramella di troppo): la lotta sul chi diventare, sul chi essere, sul che fare, sul come agire, e cioè, in ultima analisi, la lotta sul “a chi dare credito, fiducia, a chi prestar fede” fra le infinite sollecitazioni, provocazioni, vocazioni che ci raggiungono ad ogni istante (da quelle del nostro corpo a quelle del nostro carattere, da quelle delle nostre ferite a quelle delle nostre ombrosità, da quelle degli amici a quelle degli avversari, da quelle del vangelo a quelle della demoralizzazione, ecc, ecc, ecc…).

E dicevamo – fin sotto la croce. Lì radicalmente per Lui si è verificato come un concentrato di tentazione sul chi essere e sul che fare: sollecitato dal dolore fisico, dall’umiliazione, dalla prospettiva della fine fallimentare e infruttuosa, dalla cattiveria dei nemici, che sintetizzano la tentazione in quel «Salva te stesso scendendo dalla croce» (Mc 15,30).

Sappiamo come è andata a finire. Resta forse solo da chiederci come si fa a costruire una vita o chi bisogna diventare per stare sulla croce e non scendere, né maledire.

Il mio augurio per questa Quaresima che inizia è che nel circuito fare-essere diventiamo capaci di un’identità e di azioni di quel genere: uomini e donne così.

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