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lunedì 7 dicembre 2015

III Domenica di Avvento


Dal libro del profeta Sofonìa (Sof 3,14-18)

Rallègrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele, esulta e acclama con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non temerai più alcuna sventura. In quel giorno si dirà a Gerusalemme: «Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia».

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (Fil 4,4-7)

Fratelli, siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 3,10-18)

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

 

Rieccoci alle prese con Giovanni Battista.

Il brano di oggi si conclude così: «Giovanni evangelizzava il popolo».

Tenendo presente che “evangelizzare” vuol dire “dare una buona notizia”, non pare che il commento di Luca sia proprio azzeccato: un attimo prima infatti fa dire al Battista: «Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

Almeno per la “paglia”, l’annuncio non è lieto, non si tratta proprio di una buona notizia.

Cosa dobbiamo concludere?

Che Giovanni Battista, pur avendo intuito che stava per accadere qualcosa di importante nella storia e pur avendo dedicato la sua vita per la preparazione dell’avvento del messia, in realtà, non aveva le idee chiare su come sarebbe stato questo salvatore.

O meglio, aveva le idee chiarissime, ma esse non combaciavano con la realtà: perché quello che egli stesso indicherà come l’agnello di Dio (Gv 1,29), cioè Gesù, nel suo modo di essere il Cristo si discosterà molto dall’idea che ne aveva Giovanni, tant’è che lui stesso, dal carcere, manderà a chiedergli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,3).

Insomma, Giovanni Battista si aspettava l’arrivo di un messia che avrebbe finalmente premiato i giusti e castigato i cattivi e invece arriva Gesù, dalla cui bocca escono frasi come questa: «Il Padre vostro che è nei cieli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45).

Dico questo perché troppo spesso, ancora oggi, si pensa che il precursore sia in linea con l’atteso: Giovanni Battista sarebbe un umile servitore della causa di Gesù, un esempio per tutti noi (tant’è che spesso lo paragoniamo alla nostra missione cristiana: anche noi come lui siamo preparatori dei cuori degli uomini perché accolgano Gesù). Certo, diciamo, Gesù è Gesù e Giovanni non è il messia, però… già assomigliare al Battista sarebbe un bel traguardo…

Insomma, mi pare che ancora oggi si rischi di appiattire la figura di Gesù su quella di Giovanni o per lo meno di prenderli “in coppia”, tanto più che – soprattutto l’evangelista Luca – li presenta “in coppia” (fin da quando sono nella pancia delle loro mamme).

Bisogna stare attenti però: perché Luca li presenta “in coppia” proprio per il motivo opposto, per segnarne la differenza.

Questo è stato un problema serio per le prime comunità cristiane, distinguere Gesù da Giovanni. A quei tempi infatti, i seguaci del Battista sostenevano che fosse lui l’atteso e perciò ci fu un contenzioso tra chi fosse il vero messia: ogni gruppo di discepoli rivendicava il proprio maestro come “più grande”.

È per questo che le scritture cristiane (in particolare i vangeli) insistono così tanto sul ruolo solo preparatorio di Giovanni: «Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali» (Mt 3,11 e //); «Allora Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» (Mt 3,13-14 e //); «Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui» (Mt 11,7-11 e //); «Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: “Tu, chi sei?”. Egli confessò e non negò. Confessò: “Io non sono il Cristo”. Allora gli chiesero: “Chi sei, dunque? Sei tu Elia?”. “Non lo sono”, disse. “Sei tu il profeta?”. “No”, rispose. Gli dissero allora: “Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?”. Rispose: “Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia”» (Gv 1,19-23).

In buona sostanza, è come se gli evangelisti, pur riconoscendo a Giovanni Battista un ruolo molto importante nella vicenda di Gesù, volessero mettere bene in chiaro la distanza tra i due, quasi a suggerire, ai cristiani che avrebbero letto i loro testi, che, appunto, essere cristiani, vuol dire fare una scelta tra Gesù e Giovanni, tra i loro modi di pensare il messia, e quindi tra le loro idee di Dio, tra i loro modi di pensare come si debba stare al mondo, che relazioni si debbano avere col prossimo, ecc…

Giovanni Battista porta avanti un’attesa ancora tutta anticotestamentaria: il suo “dio”, e quindi il messia che aspetta, è un dio da cui può venire tanto il bene quanto il male; il bene ai buoni, il male ai cattivi. È dunque un dio da non far arrabbiare, da non deludere, da compiacere. E ogni religione si è immaginata molti modi diversi per operare questi scopi: sacrifici, penitenze, preghiere, retta morale, ecc… Diciamo che, sostanzialmente, il Battista non si discosta dalla forma religiosa che l’uomo di ogni tempo ha prodotto nella sua storia, che coincide col tentativo di raggiungere la grazia di dio, ingraziandoselo; il tutto circondato da un velo di paura per l’incertezza di non essere stati all’altezza di questa conquista.

Gesù invece non propone semplicemente un’altra religione: cioè non è che semplicemente cambia le preghiere (prima per far contento dio se ne dicevano alcune e ora se ne dicono altre), non è che semplicemente cambia i riti (prima si facevano i sacrifici al tempio e ora si dice la messa), ecc… Ma cambia proprio l’idea di chi sia Dio e di come ci si possa rapportare a Lui: innanzitutto da Dio non viene il male (questa è la buona notizia, il vangelo che Gesù ci racconta) e perciò non è un Dio che può far paura (in tutti i modi ha cercato di farcelo capire, compresi quelli di morire inerme su una croce e nascere neonato dentro ad una stalla); è un Dio in cerca dell’uomo, non un dio che l’uomo deve cercare… di conquistare. E a partire da questo Gesù riscrive il modo di essere uomini su questa terra: poiché originariamente amato, l’uomo può vivere amando, riconoscendo in ogni carne umana la sua stessa carne, non quella di un rivale per la conquista di dio.

In questo senso, si può dire che in realtà Gesù non è il fondatore di una nuova religione, ma l’inventore della fede come accoglienza di una relazione, originata da un Altro.

In questo Natale che si avvicina forse dovremmo recuperare la consapevolezza di questa scelta a cui il cristiano è posto davanti: Giovanni Battista o Gesù, qual è il mio messia? E quale Regno, o meglio, il regno di quale Dio contribuisco a costruire? Quello che «tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma [che] brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile» o quello che «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti»?

È l’opzione fondamentale che il nostro cuore deve fare e a cui dobbiamo sempre tornare, perché l’inerzia (la storia, la natura, il dna, ecc…) ci porta istintivamente verso il dio di Giovanni Battista e, che ce ne accorgiamo o no, ci ritroviamo a costruire il regno di quel dio lì… quello della paura.

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