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venerdì 19 ottobre 2007

Il sostegno degli altri...

«Ma il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà ancora la fede sulla terra?».
Anche se può sembrare strano, mi sembra utile partire dalla fine… mi spiego… questa domanda sconsolata, posta da Luca sulla bocca di Gesù, chiude il brano di vangelo che la liturgia di questa domenica ci propone e quindi chiude anche la liturgia della parola stessa…
Io invece la utilizzo come esordio perché mi pare che le letture convergano tutte nel tentativo di articolarne una risposta…
Sono 3 gli elementi su cui il libro dell’Esodo, la Lettera di san Paolo a Timoteo e Luca 18,1-8 pongono la nostra attenzione:
1- il sostegno degli altri;
2- le Sacre Scritture;
3- la preghiera.
A Gesù e con Gesù risponderei che troverà ancora la fede sulla terra, se l’uomo saprà lasciarsi sostenere dai suoi fratelli e sorelle, lasciarsi scrivere la vita dalle Scritture e lasciarsi incontrare dal Tu di Dio.
Più precisamente…
La prima lettura (Es 17,8-13) ci presenta la situazione di Israele che scende in battaglia contro il nemico, in questo caso gli Amaleciti. Al di là delle questioni storiografiche a noi interessa la rilettura teologica della storia che gli autori di Esodo hanno prodotto: non si può (né ha senso) ricostruire quale sia la realtà storica che c’è dietro a questo bastone, che, alzato, ha il potere di fare di Israele il più forte, o alle parole che Dio direbbe a Mosè: «Scrivi questo in un libro perché non sia mai dimenticato; di' a Giosuè: Io voglio annientare gli Amaleciti; nessuno sulla terra si ricorderà più di loro!» (v. 14, che forse per custodire le orecchie sensibili del lettore di oggi, il liturgista omette…).
L’attenzione deve andare infatti al fatto che chi scrive questo brano crede nella potenza efficace di Dio nella storia, nella mediazione dell’uomo (Mosè in questo caso) e soprattutto – quello che interessa maggiormente noi oggi – chi scrive sembra credere (almeno in questo caso) nel fatto che né la potenza di Dio, né la mediazione mosaica avrebbero ottenuto “l’effetto sperato”, se Aronne e Cur non si fossero messi lì a tener su le braccia di Mosè.
Sinceramente immaginarsi la scena fa anche un po’ sorridere, ma immediatamente ci riporta alla nostra vita… Quante volte vorremmo che qualcuno tenesse su il nostro bastone… quante volte crediamo nella potenza efficace di Dio nelle battaglie della nostra vita, della Chiesa, del mondo. Quante volte ci sentiamo come Mosè, protagonisti della buona riuscita della battaglia (penso alle tante persone che si mettono nelle nostre mani… ai nostri poveri…)… Ma quante volte tutto è troppo pesante… e le braccia ci cadono…
E il rischio è che con le braccia e il bastone abbassato la battaglia che si perde è proprio quella della fede: «Ma il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà ancora la fede sulla terra?». Troverà ancora l'uomo disposto a dar credito al fatto che la vita evangelica che proviamo a vivere sia veramente vitale? Troverà chi crede ancora che ne valga la pena?
Per quanto mi riguarda, il Figlio dell’uomo mi troverà ancora con la fede solo se i miei fratelli si metteranno lì a tenermi su le braccia.
E in questa linea anche l’invito incalzante di Paolo a Timoteo mi sembra proprio la scena di un fratello che “tiene su le braccia” all’altro: «Carissimo, rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto, sapendo da chi l’hai appreso e che fin dall’infanzia conosci le Sacre Scritture: queste possono istruirti per la salvezza».
Il Figlio dell’uomo troverà ancora la fede sulla terra se l’uomo resterà saldo in quello che ha imparato e di cui è convinto… Cosa sappiamo? Di che cosa siamo convinti? E perché? Sappiamo le Sacre Scritture, lo loro logica, il loro istruirci per la salvezza (che per Paolo è Gesù: «La salvezza si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù»). Ne siamo convinti perché sappiamo da chi abbiamo appreso questa verità: e ognuno ha il suo/i suoi volti che l’hanno convinto di quella che poi è diventata la verità della vita.
Paolo allora, con la sua passione, ci invita a custodire un secondo elemento fondamentale perché il Figlio dell’uomo trovi ancora la fede sulla terra: la saldezza nella Parola di Dio, essa «infatti è […] utile […] perché l’uomo di Dio sia completo». Completo, cioè pieno, compiuto… in una parola cristico!
E questa saldezza nella Parola, questo radicamento in essa, questo rimanervi avvinghiati, se serve, anche con le unghie, è talmente pregnante per Paolo che addirittura scongiura Timoteo «davanti a Dio e a Cristo Gesù» di annunciarla in ogni occasione!
E infine… il Vangelo…
Una delle chiavi di lettura di questo brano è la necessità della preghiera (necessità perché il Figlio dell’uomo trovi ancora la fede sulla terra…): «In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare».
La preghiera in Luca è un tema che spesso riaffiora (cfr in particolare Lc 11,1-13) e anche Gesù è presentato spesso mentre prega (cfr 3,21; 5,16; 6,12; 9,18ss; 22,45).
Senza addentrarmi troppo in questo tratto del volto lucano di Gesù, ciò che mi colpisce è la precisazione «senza stancarsi». Essa può avere anche il senso di senza scoraggiarsi, senza farsi cadere le braccia (appunto)…
In proposito mi ritornano alla mente le parole di Teresa di GB: «Voi però, o Signore, conoscete la mia debolezza: ogni mattino prendo la risoluzione di praticare l'umiltà e alla sera riconosco che ho commesso ancora ripetuti errori di orgoglio. A tale vista sono tentata di scoraggiamento; ma capisco, anche lo scoraggiamento è effetto d’orgoglio. Voglio quindi, mio Dio, fondare la mia speranza su voi solo».
Teresina ha capito che l’unico modo per perseverare senza scoraggiarsi (l’unico modo perché il Figlio dell’uomo trovi ancora la fede sulla terra) è non fondarsi su se stessi, sulle proprie opere, sulla propria volontà… perché prima o poi le braccia cadono… ma fondarsi su Dio (sulla sua Parola, sulla relazione con Lui, che poi è la preghiera) intrecciati inestricabilmente ai fratelli.

mercoledì 17 ottobre 2007

NUOTARE

Nuotare è sempre una notevole sfida entrando in acque sconosciute e da percorrere per la prima volta. Ci si pone in contrasto o in accoglienza con le correnti che possono portare alla deriva, con la forza della marea che monta o che decresce? L’impeto del vento impone una scelta, nuoto perché nuoto e quindi mi lascio portare o cullare oppure ho una meta precisa e devo lottare e giungere alla mia meta?
La persona, il suo corpo con tutti i muscoli e i nervi, con tutto il sistema nervoso all’erta, si gioca del tutto e osa, sia per il piacere di una lunga nuotata, sia per salvarsi la pelle se necessario.
Comunque, misurarsi, conoscere e sperimentare, è ovvio ed l’unica strada per non dover rimanere seduti sulla battigia, inerti e, magari, delusi.
Questa descrizione potrebbe risultare una sorta di metafora della nostra vita così attratta e, simultaneamente respinta, da ideali, desideri, sconfitte e vittorie, e mete da voler raggiungere.
Il piano concreto è non solo visibilissimo, ma addirittura svincolato da dimostrazioni: non mi tuffo e nuoto in acque che non mi consentono, misurato lo stipendio mensile, di vivere ogni giorno. Ovvero un’offerta di lavoro può rispondere ad ogni mio desiderio e capacità ma se la prestazione rimane gratuita, io come vivo? Cioè come declino il mio quotidiano se non posso contare su di un introito sicuro? Oppure, voglio avere un tetto sopra la testa, mia e della mia famiglia, come fare? Ancora una volta la misura del concreto si impone, correnti, maree e venti: tutto da tenere in conto.
Perché allora quando accogliamo il Dio che fa irruzione della nostra vita serpeggia un disagio magari inespresso? Perché ci sfiora l’angoscia di abbandonare il terreno del concreto per avventurarsi in quello dell’inesistente, dell’irreale. Insomma, perché per noi Dio, e la relazione con Lui, non sono il concreto più concreto?
Statistiche, indagini, progetti e programmi invadono il quotidiano, è davvero, talora, imbarazzante, sapersi orientare ed evitare la reazione, adolescenziale, di cestinare tutto: trash, Ok.
Uno sguardo più profondo, più concreto oso affermare, ci farebbe individuare e percepire le grandi correnti della storia dei popoli, le maree che ci lambiscono e si ritirano per poi ritornare con più energia e vigoria, i venti che soffiano portando in avanti e quelli invece che fanno perire e colare a picco.
Sulla scena politica odierna, così lacerata e lacerante, la marea inarrestabile delle tuniche arancione e delle ciotole capovolte dei monaci buddisti birmani, è di una forza dirompente, incalcolabile e senza ritorno. Dall’interno di una vita che rifiuta i parametri “concreti”, economici, di profitto e di carriera e si affida, giunge un appello che si rovescia sull’esterno per poi ricondurre, da vento impetuoso, all’interno ancora una volta: che senso ha il vivere concreto delle persone se manca la libertà?
Il richiamo dello Spirito è netto, tangibile.
Non però solo la situazione limite dell’oppressione richiama una corrente inattesa, nuova, è il quotidiano, nella sua ripetitività, che deve essere nuovamente scoperto e affrontato.
Dire relazione con Dio, significa dire preghiera, ascolto e colloquio, attesa e risposta. Certezza che l’interlocutore è là ad attenderti, ad attendere proprio solo te e a proporti la chiave della vita. Può insegnarti a nuotare sul filo di una corrente che, anche se non pare, muove le forze della storia umana e di ogni storia.
Significa non essere gettati, improvvisamente, senza scopo e con danno proprio, nel tempo e nella storia (chi mai lo ha chiesto?), come postula qualche filosofia contemporanea, ma ritrovarsi dono ricevuto, dall’amore dei propri genitori (perché credo ancora nell’amore del padre e della madre e non solo nell’alchimia delle provette) e dalla bontà di un Dio che ha pensato a me, così come sono e come vorrei essere.
Il tuffo allora non è pericoloso e attanagliante, è un immergersi sorretti da braccia potenti che ti immettono, se tu lo vuoi, nella grande corrente degli oranti, di tutti coloro cioè che vivono il quotidiano più concreto possibile, quello della relazione con Lui, il concreto per eccellenza e possono sospingere, alimentare, corroborare ogni concreto visibile e tangibile.
Ognuno di noi può esserlo con una semplice modalità: avvertirLo presente e considerarLo l’Amico dell’uomo e della donna e l’Amico dell’umanità intera.
Le bracciate allora non sono affannose e senza ritmo, puro battere le onde senza avanzare, schiuma che travolge, ma ritmo sicuro che fende l’acqua, la smuove e dona impulso a procedere.
Vorrei dire: rovescio la mia ciotola ma non ne sono capace, è quasi ora del pasto (molto concreto). Voglio però dire: la ciotola è scagliata lontano ed io a mani nude e vuote attendo che la forza di Lui mi trapassi e si getti su tutto e tutti, come forza dirompente, come incitamento reale. Così nuoto in quel concreto che è il grande mare dell’amore Trinitario e la storia si riplasma. Possiamo farlo tutti e sempre.

Cristiana Dobner

Rivoluzionario e Sognatore, l’uomo tra sufficienza e necessità

Rivoluzionario e sognatore sono due termini che nel sentire comune di tutti noi hanno significati ben delineati e che possiamo sintetizzare con facilità. Il rivoluzionario è, per lo più, ritenuto colui che con una forte carica ideologica ha un approccio pragmatico con la realtà, tendenzialmente è portato a prendere di petto le situazioni. Il sognatore invece è piuttosto alieno ad affrontare i problemi attraverso l’azione, preferisce la fuga o l’alienazione; spesso vive in un mondo parallelo che si è costruito per proteggersi.

Si può tuttavia, tentare una diversa considerazione di questi due tipi umani, analizzandoli nella dialettica che generano ponendoli uno di fronte all’altro, e singolarmente di fronte al reale.
Così al di là del loro etimo, e del loro significato storico, tentiamo una miscelazione e reinterpretazione dei due nella loro dialettica storica alla luce, poi, del Vangelo.
Siamo tuttavia certi che l’uomo in quanto tale, cosciente o meno di ciò, ha in sé entrambe le possibilità, ognuno con diverse modulazioni.

Il rivoluzionario è colui che scopre prima, contesta poi, le ingiustizie valendosi, se necessario, dell’azione violenta. È colui che sottopone a una critica corrosiva tutto i reale, a cui lui stesso scopre d’appartenere, impiegando la ragione. Così facendo trova una forte dissonanza tra le realizzazioni storiche umane e l’ideale-utopia che porta in sé. Scopre, qualcuno direbbe, l’Assurdo: l’inconciliabilità tra desiderio e realtà storica. Il rivoluzionario è uomo che non tollera e non sopporta ma agisce-combatte-cambia. Il rivoluzionario però non può sottrarre sé stesso dall’analisi critica. Giunge così al punto di crisi-giudizio, in cui fa la scoperta di essere esso stesso soggetto sottoposto alla grande possibilità negativa, emersa inesorabilmente nel lucido percorso critico rivoluzionario.
Teologicamente: “appare il grande No di Dio: la sua totale estraneità a questo mondo, che pone il rivoluzionario in una condizione di crisi”. Questa, come conseguenza dell’analisi critica, colpisce al cuore il metodo usato dal rivoluzionario. Il metodo infatti per essere giustificato necessita di solide fondamenta. E come può il rivoluzionario, che scopre di sottostare e far parte esso stesso della ingiusta realtà, creare dopo la lotta e anche durante, un ordinamento giusto? Cadrà nell’insuperabile sconfitta che si proponeva di vincere! Renderà cioè, se agirà, “male per male”.
Il rivoluzionario non accetta, infatti, la realtà storica nel suo divenire, nel suo progresso lento e continuo poiché storico. Il rivoluzionario quindi sarà necessario, ma non potrà essere considerato l’uomo nel suo aspetto più proprio. Bisogna puntualizzare che comunque questa posizione del rivoluzionario è assolutamente maggiormente autentica e preferibile rispetto a quella del reazionario. In quanto sotto la grande possibilità positiva (evangelica, e che protesta!), è l’Amore a giudicare il reazionario definitivamente nel torto, nonostante il torto in cui si trova il rivoluzionario se agisce. Poiché amandoci gli uni gli altri secondo il comandamento nuovo di Gesù, non possiamo voler mantenere l’ordine esistente come tale. Noi attuiamo il comandamento dell’Amore e così il “Nuovo abbatte il vecchio”… “vi è stato detto ma io vi dico…”.
La possibilità nuova che si apre è quella che qualcuno ha chiamato “l’in-azione”. “Che altro posso fare di fronte al “nemico” dopo la riflessione critica, se non ritornare da ogni fare originario, da ogni risposta alla domanda, da ogni azione alla presupposizione?!... Deo soli gloria…”

Il sognatore dal canto suo mescola e combina in sé le potenzialità e le caratteristiche del rivoluzionario e della realtà, secondo una creatività propria, cogliendone così gli aspetti d’ulteriorità, di superamento, rimanendo disinteressato a una realizzazione storica di ciò che sogna. È semplicemente stupito di poter e di aver sognato una ulteriorità della realtà. Il sognatore è colui che davvero è affascinato e nutrito dall’Ulteriorità che lo interroga nella realtà, che produce in esso domande. Così il sognatore avrà il compito di convertire il rivoluzionario a una precedenza dell’Ulteriorità del sogno, sopra e prima del cambiamento storico. D’altro canto il rivoluzionario avrà fornito quella previa e necessaria critica rivoluzionaria che permette un ancoraggio del sognatore alla realtà e che rivela la crisi in cui versano tutte le strutture e i tentativi, religioni e pensieri umani. Sinteticamente potremmo dire che il sognatore si apre alla possibilità che un altro agisca attraverso di lui. Lasciando, cioè, che accada ciò che in relazione con la realtà ha sognato e che con la critica rivoluzionaria ha scoperto di non possedere. È la profezia dell’Avvento di una “impossibile possibilità che accada”, proprio lì dove ci si trova senza alcun sufficiente ostacolo che possa arrestarlo, il Regno del Padre nella storia dell’uomo… Freud direbbe: “che è un Dio, questo, che alla lunga ha la meglio, vince”… e noi aggiungiamo perché vuole tutti e patisce per tutti il nostro lasciarci liberi.

martedì 16 ottobre 2007

Ma il pettegolo è sempre un bugiardo?

Uno studio tedesco conferma che le chiacchiere hanno più effetto di ciò che vediamo con i nostri occhi. Centoventisei studenti-cavia dimostrano il potere delle dicerie nella vita d’ogni giorno
«Il pettegolezzo è una verità: due su tre credono al gossip»
Cantava De Andrè: «La maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo». L’aveva già capito il cantautore genovese che il pettegolezzo è più potente della verità. I ricercatori del Max Planck Institute lo hanno dimostrato: usando studenti-cavia, psicologi tedeschi hanno confermato che «il gossip ha più effetto di ciò che abbiamo visto con i nostri occhi». Gli studiosi hanno coinvolto 126 studenti suddivisi in gruppi di nove ragazzi ciascuno, bersagliandoli di pettegolezzi sui giovani degli altri gruppi ed è emerso che le «cavie» tendevano sempre a credere di più alle maldicenze o alle lodi intessute da altri, piuttosto che a ciò che avevano potuto sperimentare di persona o che gia sapevano sul conto delle inconsapevoli vittime. E non è tutto. Secondo la ricerca, i gossip non influenzerebbero solo i giudizi sulle star dello spettacolo, ma inducono anche opinioni e comportamenti della vita comune. «Una recente indagine - spiega Ralf Sommerfeld dell’istituto di Plön in Germania che ha condotto la ricerca presto pubblicata sulla rivista dell’Accademia Americana delle Scienze PNAS - ha evidenziato per esempio che due persone su tre credono il gossip una fonte per apprendere nuove cose: non importa se i pettegolezzi alla fine siano veri o meno. Diventano la realtà».
Gli studiosi hanno seguito dall’inizio alla fine il processo di gestazione delle chiacchiere degli studenti e il percorso di trasferimento di queste chiacchiere e i comportamenti conseguenti del fruitore del pettegolezzo. In pratica, ad ogni studente è stata passata una chiacchiera, buona o maligna, su un altro studente e poi gli è stato chiesto se avrebbe avuto voglia o meno di lavorare con la persona oggetto del pettegolezzo. Non solo, com’era ovvio aspettarsi, i ragazzi hanno tendenzialmente rifiutato di far coppia con coloro sui quali circolavano voci negativi, ma è emerso anche che la chiacchiera ha più effetto dell’informazione diretta sulla persona. Il 44% dei partecipanti infatti ha cambiato la propria opinione su una persona sotto l’influenza del gossip, anche quando le chiacchiere contraddicevano ciò che avevano visto di persona. (15 ottobre 2007)
fin qui "la Repubblica.it"...


Ma guarda sti’ scienziati… scoprono l’acqua calda! Ma c’era proprio bisogno di “caviare” centoventisei poveri studentelli? Sarebbe bastato fare una visitina ai nostri conventi e monasteri... Così... tra una battuta e l’altra, sgranocchiando un buon dolcetto e sorseggiando una fresca bibita o un buon caffé, tac! la parola malevola si sarebbe insinuata, quasi distrattamente, sul malcapitato (o malcapitata) di turno!

Ma sì, dai... dopotutto, scagli la prima pietra, chi non si è mai lasciato andare almeno una volta a un liberante, malevolo, godereccio, pettegolezzo! L'importante è non esagerare e... non crederci troppo, altrimenti... si trasforma in calunnia! ;-)

sabato 13 ottobre 2007

Un "frammento" dai nostri Esercizi Spirituali con P. Francesco Rossi de Gasperis


"…l’ultima realtà è soltanto il Signore Gesù. E questa signoria è così vera che io posso accettare tutti i superiori possibili e immaginabili, perché so che nessuno di loro è mio superiore: tutti sono segno e sacramento dell’Unico Re.

Servire Dio è regnare! Ma capire - d’altra parte -, come tutta la storia d’Israele ci insegna, che la regalità di questo Re ci chiede anche di vivere nella storia e quindi di obbedire a questi segni. (…)

Io posso sottomettermi a tutte le obbedienze in vista del Re e vivere nella Chiesa, nella famiglia di Dio, con una totale libertà perché la mia coscienza guarda LUI, non altri. Anzi – direi - che questa mia dipendenza dal Re, mi rende accogliente verso tutte le cose che incontro, verso tutte le cose più piccole e più, qualche volta, anche meschine, con il sorriso di chi sa che, oltre a tutte le apparenze, c’è LUI e che LUI non inganna nessuno.

…. Il Signore ha in mano la storia, il tempo, le cose che ci sono e quelle che ci saranno, quelle che stanno passando e quelle che passeranno.

..vivere nella gioia, nella pace, nella consegna di me a questo Re che è il Re dei re e il Signore dei signori e che mi insegna proprio che la regalità l’ha ottenuta attraverso la Croce. E dunque, non c’è nessuna croce che mi si possa presentare che non possa essere una via, una strada, per la libertà. Non c’è nessuna profondità – diciamo -, in cui io possa cadere, in cui non è già passato LUI.

Questo mi sembra – vedete -, il senso della Discesa di Gesù agli Inferi, che è un articolo della fede che forse non sempre capiamo bene che cosa vuol dire. Dire che “Gesù è disceso agli inferi”, significa che ha riempito l’abisso, che è passato dove nessuno di noi è più capace di passare perché già c’è passato LUI, che ha conosciuto la morte – soltanto Gesù, direi, è davvero morto, perché soltanto Gesù ha conosciuto una morte che nessuno ha redento per LUI; la morte di Gesù è incomprensibile per noi perché è morto di una morte non redenta e ha redento LUI la nostra morte -.

E dunque non c’è nessuna morte, nessuna croce in fondo, in cui LUI non sia già passato. E questo fa in modo che ogni croce che mi si presenta diventa un luogo di sequela di LUI che è andato avanti a me. E allora non c’è più d’aver paura della morte, non c’è più d’aver paura della croce, ma - come dicevo - anzi, ogni croce, anche la più nera può diventare la via della liberazione. Questo è tutto quello che hanno capito i martiri nella vita della Chiesa.

Sono alcuni pensieri da nutrire davanti alla Croce del Signore, sapendo che in questo modo LUI ha fatto giustizia, ma una giustizia del mondo che è anche la liberazione del mondo.

Cerchiamo, chiediamo, di vedere la concretezza di questo proprio nelle cose anche più piccole della nostra vita.

Dicevo che “Gesù resta sempre il bambino del Padre, che gioca davanti al Padre anche sulla Croce”: ci insegna anche LUI a giocare con le nostre croci.

Certe volte un modo di darci importanza è quello di dire, insomma, che stiamo soffrendo terribilmente, nella passione…relativizziamo: non c’è nessuna croce con cui non si possa giocare, proprio perché il Signore ha preso la Croce come suo trono.

E’ dunque con l’umorismo, se volete, di questo fatto, che, come dice il prefazio della Croce, colui che credeva di vincere con l’albero dall’albero è stato sconfitto – è stato sconfitto per la forza della Risurrezione che ha segnato l’ultima parola sulla morte, e quest’ultima parola è Vita, Vita che non muore più -.

venerdì 12 ottobre 2007

Bonhoeffer (lett a Eberhard, 21 luglio ’44)


[…] Mi ricordo di un colloquio che ho avuto tredici anni fa in America con un giovane pastore francese. C’eravamo posti molto semplicemente la domanda di che cosa volessimo effettivamente fare della nostra vita. Egli disse: vorrei diventare un santo – e credo possibile che lo sia diventato –; la cosa a quel tempo mi fece una forte impressione. Tuttavia lo contraddissi, e risposi press’a poco: io vorrei imparare a credere.
Per molto tempo non ho capito la profondità di questa contrapposizione. Pensavo di poter imparare a credere tentando di condurre io stesso qualcosa di simile a una vita santa. Come conclusione di questo percorso scrissi Sequela. Oggi vedo chiaramente i pericoli di questo libro, che sottoscrivo peraltro come un tempo.
Più tardi ho appreso – e continuo ad apprenderlo anche ora – che si impara a credere solo nel pieno essere-aldiquà della vita. Quando si è completamente rinunciato a fare qualcosa di noi stessi – un santo, un peccatore pentito o un uomo di Chiesa (una cosiddetta figura sacerdotale!), un giusto o un ingiusto, un malato o un sano –, e questo io chiamo essere-aldiquà, cioè vivere nella pienezza degli impegni, dei problemi, dei successi e degli insuccessi, delle esperienze, delle perplessità – allora ci si getta completamente nelle braccia di Dio, allora non si prendono più sul serio le proprie sofferenze, ma le sofferenze di Dio nel mondo, allora si veglia con Cristo nel Getsemani, e, io credo, questa è fede, questa è metànoia, e così si diventa uomini, si diventa cristiani. (Cfr. Ger 45!). Perché dovremmo diventare spavaldi per i successi, o demoralizzarci per gli insuccessi, quando nell’aldiquà della vita partecipiamo alla sofferenza di Dio? Tu capisci che cosa intendo dire, anche se lo dico così in poche parole. Sono riconoscente di aver avuto la possibilità di capire questo, e so che l’ho potuto capire solo percorrendo la strada che a suo tempo ho imboccato. Per questo penso con riconoscenza e in pace alle cose passate e a quelle presenti.

La Fede matura – La Gioia della riconoscenza

Il sussulto di riconoscenza : il guarito – uno straniero – è tornato …
Gli stranieri evangelici ci annunciano che alle frontiere estreme della diversità, della malattia e dell’impotenza umana esiste solo l’uomo. Essere stranieri è una condizione culturale di “alterazione” per troppa diversità, di persone o gruppi, estraniati dall’umanità ‘normale’, tanto più se lebbrosi. Ma ogni diverso è una provocazione contagiosa… Il dramma più grave della storia dell’umanità è sempre questo: l’uomo incontra se stesso e non si riconosce. E così deturpa la propria umanità, ogni volta che rifiuta il volto dell’altro, nell’oppressione, nell’omicidio, nella guerra. Su questa frontiera invalicabile dell’ “altro” si gioca o si inceppa la dinamica di adempimento dell’alveo vitale di ogni uomo: tessuto di relazioni che rigenera e risana – o smagliatura senza rimedio, sfilacciamento di rapporti che svuota e consuma la persona.
Nel quotidiano il discorso è più duro. Ogni uomo, se respira, cerca, si dispera, lavora… si muove comunque - per una specie di statuto intimo che lo costituisce - verso un compimento! Che fa estrema fatica a individuare e riconoscere. Il discepolo ne ha imparato la direzione, l’orientamento, sia pure per simboli, e questa è la sua prerogativa di “credente”: sa che in Gesù è stato assunto e si è convalidato il senso di ogni dinamica umana, di ogni movimento – speranza o disperazione – dell’uomo verso il suo compimento. Nel cuore del Vangelo sta l’annuncio che solo lui ha sperimentato la conoscenza del Padre, è può insegnare ai suoi fratelli a ri/conoscerlo in ogni percorso umano, pur segnato e coartato da tante differenze e contrasti e cadute… Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da impregnarlo tutto della sua benevolenza, ma l’uomo riesce ad aprire il cuore alla salvezza… soltanto quando un volto ne rivela finalmente la presenza, fosse anche una meteora nella notte.

La parola di Dio non è incatenata
Non è stata un’irruzione improvvisa nella storia… Nell’intimo della materia, nella polvere di stelle da cui siamo nati, abita misteriosamente la forza creatrice della Parola che l’ha fatta, l’ha condotta con la sua forza tacita e tenace a superare le soglie dure della concentrazione inerte, fino alla coordinazione universale della fisica, all’emergere inspiegabile della vita biologica, all’intreccio emozionale sempre più complesso della psiche… come un fermento, una pulsione incontenibile, tra attesa e compimento. Ma la Parola di Dio non è incatenata. Non si tratta di qualche ostacolo nel cammino, ma di crescere e dilatarsi entro un sistema colmo di attese, ma sostanzialmente bloccato, duro e refrattario. Ci accorgiamo proprio per questo che non è parola umana. Naaman prima dubita che la Parola sia troppo banale, ma poi si affida, si tuffa nel fiume, come in un battesimo che gli rigenera la pelle come quella di un giovinetto. Infine scoppia di gratitudine e va cercando il volto del Guaritore, rischiando di confonderlo con quella del suo testimone. Che però lo orienta non verso sé, ma vero il Padre, generatore vero di ogni vita. Ma Naaman ha capito che quel posto, quella terra ha contenuto la sua salvezza, e se ne porta via qualche zolla, come viatico, per il suo cammino e per la sua casa, come un’eucaristia profetica che accoglie e trasmette la sua esperienza di liberazione dalla morte. E’ nella terra, nella fragilità della carne che sarà seminata la salvezza. Questo è il germe della grande notizia da non dimenticare mai, dice Paolo: che Gesù Cristo, un pezzo della nostra terra divenuta carne, è risuscitato dai morti. E’ arrivato al compimento finale di tutto l’anelito della creazione!

Anche l’uomo più lontano… Dio gli è vicino!
Ci avviamo alla tappa finale del viaggio verso Gerusalemme: Gesù ha spiegato che solo l’esperienza della misericordia può far intuire l’essenza intima di Dio (il figliol prodigo), ha indicato quali amicizie vere procacciarsi con i beni del mondo finché ci è possibile (l’amministratore accorto), ha squalificato la religione come strada adeguata a riscoprire il Padre, indicando piuttosto la sollecitudine per il povero (il ricco epulone), ha finalmente dichiarato che il cammino impervio del discepolo è imparare il difficile mestiere di servo inutile… Adesso mostra come avviene il miracolo del sussulto del cuore, che fa scattare la scintilla della fede piena, quella che non solo rimedia qualche problema dell’uomo, ma lo “salva”!

La fede è un cammino
Il primo passo della fede a cui Gesù conduce il discepolo è l’umile riconoscimento dell’inguaribile malattia umana dell’esser fatti di terra, fragile, friabile, piena di germi patogeni e già minata nella sua struttura interiore, degradante verso la consunzione. Questa consapevolezza apre il cuore ad un volto misericordioso di Dio e nasce l’anelito: Gesù Maestro, abbi pietà di noi! Ancor più commovente se proviene da tutti “insieme” – il dolore copre ogni discriminazione… Questa disposizione “commuove” sempre il Signore.
Il secondo momento importante, caratteristico della fede, è di credere prima di sperimentare. Disporsi alla guarigione, cioè mettersi in viaggio, prima di vederne gli effetti. Perché questo vuol dire “fidarsi” della promessa, affidarsi alla Parola di chi ti indica la salvezza in un rapporto libero, non di magia, o di causalità strumentale. La Parola è invito alla “responsabilità” personale, non per costringere, ma per far crescere la libertà. Dio almeno la usa solo così. Si rivolge all’uomo e lo guarisce proprio per far crescere gli spazi e le possibilità della libertà.
Il terzo passo - il più difficile - è quello che nasce dopo… lungo il cammino… : è sempre una “riscoperta”, un sussulto interiore che, quando già il bisogno è già stato esaudito, fa sgorgare in cuore ,a fame dell’Altro del desiderio, oltre il desiderio… sta nascendo la fede che matura! Quella che ricerca, che vuol ri/conoscere il volto che ti ha guarito e iniziare per lui un canto vitale di lode e adorazione (la consegna di sé per amore). La fede allora è dono, gioia, riconoscenza per essere stati amati.

E gli altri nove? Ma dove sono andati?!
… persi! : nei meandri degli uffici di anagrafe e di controlli sanitari, cultuali, ascetici, sacrificali, perché è tutto ciò di cui i preti e gli esperti di ogni cultura e di ogni religione sono competenti – se va bene. Tutti espedienti che fanno l’uomo semiconvertito, per un momento ha creduto, è risanato nella pelle, quindi riabilitato socialmente e personalmente… Ma non scardinato e coinvolto profondamente nel cuore. Allora, quando le pulsioni vitali gli premono dentro, quando le erbacce soffocanti o la zizzania, di cui dice Gesù dei campi in cui ha seminato la Parola…rispuntano, ecco che quasi tutti i discepoli (novanta % !) si perdono nei labirinti senza uscita della paura di rischiare la propria vita, e nei relativi riti propiziatori, o nelle mediazioni morali che annacquano il Vangelo, per rimandare o mascherare il sostanziale rifiuto di morire per il Maestro, come lui!

La gratitudine : dalla pelle al volto
Solo uno dei dieci lebbrosi, infatti, non soltanto è guarito, ma è anche salvato. Costui forse non arriva neanche al tempio, ma ritorna indietro sui suoi passi di miracolato, per lodare Iddio e rivedere la faccia di chi l’ha salvato. Perché è adesso che ha bisogno di lui! Questo è il vero miracolo! la guarigione è la preparazione occasionale. Il Maestro accoglie la fiducia di questo lebbroso samaritano, doppiamente emarginato. Escluso dalla vita sociale e religiosa del popolo eletto, per le sue origini e per la sua malattia, è destinato a morire di consunzione fisica e relazionale… La guarigione dall’emarginazione lo rimette nel circuito famigliare e culturale. Adesso è messo in grado di ridiventare un’ape operaia del cantiere antropologico, come tutti gli altri, non più inutile o dannoso al consorzio civile e religioso. Fisicamente, moralmente, religiosamente a posto. Ma basta questo per fare un uomo?

Ri/conoscere è rinascere
Come in un bambino, perché scatti la scintilla della coscienza di sé, della memoria autobiografica, ad un certo punto non bastano più le carezze rassicuranti sulla pelle. Ci vuole un volto cui affidarsi per entrare in dialettica con “lui”, è scoprire un “tu”, che faccia nascere e individuare i contorni dell’io… Così per diventare “credenti”, discepoli di Gesù, ci vuole la ri/scoperta di un volto… che ti ha salvato e ti rigenera. Perché in quel volto amico si ridisegna la propria identità e il senso della propria vita. È la riconoscenza! il balsamo che lenisce le malattie del cuore, apre un’uscita di luce dai propri abissi, fa compagnia alla solitudine angosciosa delle crisi di panico, disinquina i complessi di colpa… E la ri/conoscenza (gratitudine) che scoppia dalla gioia di aver scoperto l’affetto che ti ha guarito – perché? gratis, per niente, per amore, … Solo così si entra nel circolo virtuoso di comunione.
Guarire non è semplicemente il grande dono di recuperare l’integrità fisica o morale, ma l’occasione per scoprire il medico, diventare amici del “guaritore”. Del resto l’uomo è ammalato di un male che non guarisce, di cui la malattia è solo un sintomo e il simbolo: la fame di amore. Il guarito si ammalerà ancora, bisogna farsi amico del medico, che ormai cammina con te verso Gerusalemme e così sei al sicuro per sempre. Il segreto della fede è la scoperta della differenza tra la vita della psiche, che gira attorno a sé, e non supera il livello antropologico ‑ e quella dello spirito - nel viaggio duro e affascinante della vita, accompagnati da chi lo ha già fatto per aprirci la strada… (p G.B.)

giovedì 11 ottobre 2007

XXVIII domenica del tempo ordinario (anno C)

«Ebbene, ora so che non c’è un Dio su tutta la terra se non in Israele. […] Il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dei, ma solo al Signore».
Cos’è che fa pronunciare a Naaman un’espressione così univoca, radicale, unilaterale, soprattutto per uno straniero in Israele?

Com’è possibile che Paolo accetti di soffrire «fino a portare le catene come un malfattore», a sopportare «ogni cosa»?

E come mai uno dei lebbrosi risanati, quello samaritano, torna da Gesù «lodando Dio a gran voce», gettandosi ai suoi piedi «per ringraziarlo»?

Mi pare che la risposta a queste tre domande possa essere una delle chiavi di lettura per la liturgia di questa domenica: il fatto è che questi uomini hanno sperimentato nella loro carne, nella loro vita, nella loro storia la veridicità dell’incontro salvifico col Signore.

Le Scritture riguardo ad essi non ci raccontano una vaga esperienza del divino, ma ci portano dentro al loro cuore, irreversibilmente segnato dal tocco del Dio che salva (cioè proprio letteralmente di Gesù). Nessuno ormai potrà più convincere questi uomini a credere in altri dei (Naaman), nessuno li potrà più dissuadere dal dare la vita per questo Dio (Paolo), nessuno li persuaderà di essere lontani da Dio perché stranieri (Samaritano)… ce l’hanno scritto nelle viscere che “hanno ragione loro” (per dirla alla Mazzolari).

Mi è molto cara in questi giorni questa riflessione sul fatto che in fin dei conti non c’è nessuna ragione per il nostro credere, vivere e sperare che valga più di questo aver inciso nella carne la bellezza di questo incontro. E viceversa non c’è argomentazione che tenga nel tentare di dissuaderci dal fatto che la vita più bella che si possa vivere è quella evangelica: niente potrà più falsificare che solo essa ci ha fatto esplodere il petto, ci ha fatto brillare gli occhi, ci ha fatto sussultare le viscere.

Certo, non voglio essere fraintesa… qui non si sta parlando di quelle esperienze “miracolistiche”, emozionali, “visionarie” che fanno storcere tanto il naso all’uomo d’oggi (e un po’ anche a me)…
Si sta parlando di qualcosa (o Qualcuno) che incrocia la vita quotidiana, laica, concreta nostra e di questi uomini di cui ci parlano queste letture. E il bello è che come noi questi uomini di fatto non hanno niente di “speciale” in partenza:
- Naaman è malato e straniero, l’antitesi dell’uomo che ci si aspetti incontri Dio, soprattutto nella mentalità del tempo; eppure nella sua carne che «ridiventa come la carne di un giovinetto» si scrive una convinzione che niente e nessuno gli toglierà: «non c’è un Dio su tutta la terra se non in Israele». Non c’è verità, non c’è vita, non c’è possibilità di un’esistenza bella se non in questo Dio!
- Paolo lo troviamo incatenato come un malfattore… non pare, almeno a prima vista, una gran bella situazione iniziale… eppure lo scopriamo animato da una determinazione che lascia a bocca aperta: dice di essere disposto a soffrire e a sopportare ogni cosa… Come può un uomo essere disposto a tanto? Quando, perché e soprattutto per chi noi saremmo capaci di soffrire e sopportare ogni cosa? Per un figlio, per un amico, per un fratello, per un ideale, per una giusta causa? Paolo dice «per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù». Paolo ha dunque sperimentato in vita che c’è una salvezza, che il cielo è sceso in terra, che il velo del tempio è squarciato, che Dio è per l’uomo... e vuole che anche gli altri scoprano (raggiungano dice lui) questa verità performatrice, trasformante, comunicabile solo con la dedicazione della vita. Questa è la perla preziosa del suo cuore, quella che lo rende disposto a tutto. Infatti il suo vangelo è «che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti» e dunque che Dio è il Dio della vita e l’uomo non è destinato a rimanere nella solitudine, nel non-senso, nel freddo di una tomba. E se davvero la morte è vinta e con lei anche ogni paura, allora veramente si può essere disposti a tutto perché ogni uomo lo sappia e viva con logiche vitali, solidali, inclusive!
- E infine il più simpatico, il lebbroso samaritano (quindi anch’egli malato e straniero…)… simpatico perché quasi non si accorge del momento in cui guarisce, ma guarito ci si ritrova: «trovandosi guarito»… Ma proprio questo rendersi conto, questo accorgersi che in lui, nel suo corpo si è scritta la firma salvifica di Dio lo rende non solo “guarito” (come tutti gli altri nove, che certo non sono ri-diventati malati per non essere tornati da Gesù), ma “salvato”. E di fatti vive uno dei segni più eloquenti della salvezza ricevuta e riconosciuta: la gratitudine («si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo»), la lode («tornò indietro lodando Dio a gran voce»)!

L’augurio per tutti è di cantare «al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto prodigi»!

martedì 9 ottobre 2007

Dio... ridi!



“Risplenda su di noi, Signore,
la luce del tuo volto”
Salmo 4,7

venerdì 5 ottobre 2007

Auguri ai Collaboratori!

clicca sull'immagine

Grazie!
Per aver accettato di collaborare con me in questa nuova agorà...
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Colgo l'occasione per fare gli auguri ad Alex per il suo 30...

E chiedere a Hervé di dirmi quando farà i corsi di scuola guida, così cercherò di tenermi lontano da Milano...


Grazie per averci insegnato che:

Per gustare un frutto devi prima sbucciarlo.

H. Jackson Brown Jr.


giovedì 4 ottobre 2007

Lectio XXVII domenica del tempo ordinario (anno C)

«Fino a quando Signore, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!” e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?».

La liturgia di questa domenica parte con uno dei gridi fondamentali dell’uomo… Uno di quelli che, quasi anche fisicamente, arrivano dalle tortuose profondità e tenebre del nostro cuore: “Perché Signore non hai ritratto la mia mano, quando si è alzata contro mio fratello? Perché non hai ritratto la mano di chiunque l’alzasse contro l’altro?”… Insomma: “Signore, perché non intervieni in questo nostro mondo?”…
Oggi forse la teologia (o chi per lei…) risponderebbe che la domanda è posta male… che il problema non è “Che fine ha fatto Dio?”, ma “Che fine ha fatto l’uomo?”… e per certi versi questa riflessione indirizza bene la questione…
Ma la radicalità del grido di Abacuc non può comunque essere eluso… Ogni risposta che si può tentare di dare, ogni riflessione che giustamente va fatta, deve però prima farsi esistenzialmente scarnificare dalla tragedia del dolore (in particolare di quello innocente), del male che l’uomo fa all’uomo, del terrore che questo grido rimbalzi inascoltato nello spazio infinito per sempre e che mai nessuno si farà carico (per dirla alla Sequeri) della ferita di un bimbo violato in qualche parte del mondo…
Non eludere, ma attraversare questa drammaticità della vita, della storia, del cuore dell’uomo, non vuol dire però diventare sordi all’eco di risposta che giunge alle orecchie del profeta: «È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà».
In effetti la scadenza attesa è arrivata…
Per la Chiesa Gesù è il termine del “silenzio di Dio”… è la sua risposta…
A prima vista una risposta che lascia un po’ sbigottiti… sembra una risposta che fa tutto tranne che rispondere: la questione del male resta non spiegata, tant’è che dopo duemila anni siamo ancora qui, con lo stesso grido che qualche secolo prima di Cristo aveva Abacuc nel cuore e sulle labbra…
Questo però non smentisce il fatto che Gesù sia la Parola di Dio, la rottura del suo silenzio, la sua Rivelazione… anzi… proprio perché parola di Dio, è così scostante rispetto alle parole degli uomini…
Gesù (o meglio il Padre, in Gesù) risponde al grido dell’uomo!
Ma risponde a modo suo
(“da Dio” qualcuno commenterebbe) non spiegando il perché o l’origine del male, ma assumendolo, attraversandolo: dopo quel crocifisso nessuno può più dubitare che “la ferita di un bimbo violato in qualche parte del mondo…” risuoni inascoltata per l’infinità vuota dell’universo.
Proprio questa “strana” risposta, costruita sulla logica della com-passione, del farsi uomo tra gli uomini di Gesù, tanto solidale da avere anche lui il suo grido “Dio mio perché mi hai abbandonato?”, diventa l’urlo soffocato di Dio all’uomo…
Solo ora, attraversata la tragicità dell’uomo e la tragicità di Dio, la risposta cui accennavamo prima diventa significativa: “Che ne è dell’uomo? Che ne è, in particolare dell’uomo in Cristo (= cristiano)?”…

Ed ecco l’ammonizione di Paolo: «Carissimo, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te […]. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza. […] Custodisci il buon deposito con l’aiuto dello Spirito santo che abita in noi».
All’urlo di Dio che trasuda la logica del com-patire, l’uomo può rispondere intrecciandosi con lo Spirito di Cristo… L’uomo diventa capace di rispondere all’urlo di Dio, che coincide con l’urlo di chiunque sia toccato dal male (cioè, ogni uomo), divenendo cristico, cioè inventando la sua vita assumendo la logica, la sostanza, il sangue, la carne, lo spirito, l’ essenza… di Cristo.

Questa è la fede che gli apostoli nel Vangelo chiedono a Gesù… Un rapporto talmente intenso che uno vive nell’altro (cfr. Paolo: «Non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me»).

In tutto questo che senso hanno le parole di Gesù…? Perché parla di servi, doveri, inutilità? Non sono questi termini che hanno una connotazione opposta ad ogni rapporto d’amore?
La lettura classica (non necessariamente quella “bigotta” che han fatto i preti, ma semplicemente quella immediata che ci giunge alla mente, forse per il dio-idolo-despota che abbiamo nel cuore) ci riporta a pensarci come servi (schiavi) di un dio onnipotente a cui per forza io dovrò qualcosa… e certo questo qualcosa sarà sempre inutile, insufficiente…
Cosa ci permette di scartare questa lettura? Il fatto che l’idea di dio (padrone) e di uomo (soggiogato a doveri e alla continua frustrazione per la sua inutilità davanti alla divinità) non corrispondono né all’idea di Dio né all’idea dell’uomo che ha Gesù.
Mi fa sorridere in proposito ripensare al fatto che prima di ragionarci su in questi giorni, questo brano di Luca mi stava proprio antipatico: infatti, alcuni ragazzi dell’oratorio che frequentavo da ragazza lo avevano appeso in una sala e continuamente rinfacciavano agli altri tutti i servizi che loro facevano dicendo ad alta voce proprio questa frase “Eh… cosa vuoi… tanto poi alla fine siamo servi inutili…”. E non si accorgevano che ribaltavano il senso di quell’espressione...
Io credo infatti che il “dovere” di cui qui si parla («quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato») sia riferibile solo al dovere che nasce dall’amore, dalla com-passione… dal fatto che davvero non posso non fare il bene di mio fratello (perché è questo quello che ci è stato ordinato…), devo farlo: dovevo aiutare Ale a preparare il bac, dovevo accogliere in casa un’amica affaticata che mi ha riversato addosso 500.000 parole a volume impressionante, dovevo...
Ma è davvero il dovere degli innamorati… che davvero per l’amata/o farebbero qualsiasi cosa… sentono che devono e non lo leggono proprio come una costrizione frustrante!!
È il bene che vuoi all’altro che ti obbliga.
E in quest’ottica anche l’essere “servi” e l’essere “inutili” trovano un’altra risonanza…
Volere bene è sempre “mettersi a servizio”, esserci per l’altro e non per sé.
E questo è inutile di sicuro… non mi fa guadagnare (anzi nella logica del “do ut des” concretamente ci perdo di sicuro)… non mi fa guadagnare neanche “punti paradiso”… ma perché?
Perché non c’è niente da guadagnare… infatti “fare quello che dobbiamo fare” è proprio solo entrare nel Regno, vivere da innamorati con tutti, metterci al servizio, com-patendo con tutti i figli che, come dice De Andrè: “se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”!

"Il Vangelo non è questione di lingua ma di cuore"

“Il Vangelo non è questione di lingua ma di cuore perché voi siete tutti fratelli”. (dall’omelia di mons. Coletti sabato 25 agosto presso l’Eremo del Carmelo)

Mons. Diego Coletti, vescovo della nostra diocesi di Como, ha desiderato trascorrere due giorni di fraternità con i “diaconi permanenti” della diocesi e i relativi familiari, e lo ha fatto presso il nostro Eremo del Carmelo. Due giorni di riflessione intensa sul significato della “diaconia” oggi e del perché, uomini, insieme alle loro spose e ai loro figli, hanno scelto di mettersi al servizio della Chiesa, della Parola di Dio, del loro Vescovo e della Comunità che Egli guida. Ma anche momenti di gioiosa condivisione fraterna che si è manifestata, per esempio, con la passeggiata fino alla chiesetta di san Giuseppe, o durante i giochi organizzati dai figli dei diaconi, alla sera, dopo cena (anche questo un felice momento in cui si è potuto sperimentare l’umanità e la familiarità che il nostro vescovo ha saputo manifestare e condividere con tutti egregiamente, mettendo così a proprio agio chiunque avesse a che fare con lui).

Più che fare una cronaca minuto per minuto di ciò che è successo durante la presenza del vescovo, mi preme sottolineare, brevemente, alcune sue considerazioni manifestate ai “diaconi permanenti”, ma che, come lui stesso suggerisce, valgono per tutti i cristiani.

Innanzitutto che «il Vangelo non è una questione di lingua ma di cuore perché noi siamo tutti fratelli». Un vangelo, quindi, che si presenta quale “buona notizia” rivolta e donata all’uomo per liberarlo dal male e dalla schiavitù di se stesso. Perché questo accada, però, è necessario un costante e perseverante cammino di conversione che ci insegni a passare dalla religione alla fede. La fede, infatti, implica un rapporto di fiducia, cioè di relazione con il solo Dio che per primo ci ha amati. Un Dio il cui contenuto della sua volontà si esprime alla luce di Cristo Gesù, ieri, oggi e sempre! Riporre al centro la figura di Gesù Cristo è la condizione essenziale per cercare di comprendere di quale Dio stiamo parlando.

Un altro aspetto sottolineato da mons. Diego, come problema principale che riguarda ancora una volta la vita di tutti: laici, preti, religiosi e vescovi, è la salvaguardia degli equilibri che significa riuscire, in una vita sovraffollata di mille impegni, a mettere le cose giuste al posto giusto: nel nostro caso si tratta di considerare come questione primaria il riconoscere il valore della “vita interiore”, luogo in cui è possibile trovare Dio e il senso della nostra esistenza: «cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33). Si tratta, cioè di imparare, insieme, a dissotterrare dai nostri cuori il vero tesoro che non teme nulla di questo mondo, un tesoro «dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,20-21).

Ci auguriamo, pertanto, che questo nuovo anno pastorale ci veda tutti coinvolti in questo lavoro comune di preghiera, di condivisione, di desiderio di sane relazioni per aiutarci vicendevolmente a disseppellire dai nostri cuori ciò che realmente conta nella nostra vita!

Siamo grati, dunque, al nostro vescovo mons. Diego per averci dato la possibilità di accoglierlo e di ascoltare la sua parola, così come siamo altrettanto grati alla Comunità di Cassano V.- Ferrera - Rancio che si è prodigata al meglio per offrire ed accogliere con affetto e calore umano il suo Pastore, allo stesso modo di come un tempo le prime comunità cristiane accoglievano e ascoltavano la parola degli apostoli che annunciavano la “buona novella” di Gesù.

Buon cammino a tutti!

sabato 15 settembre 2007

Una storia... "Infinita"!

Concludevamo il precedente articolo, affermando che la Missione della Chiesa consiste in un annuncio di liberazione che si attua nella comunione amicale con Gesù Cristo e con coloro che egli “associa a sé”, cioè con ogni uomo e ogni donna (cfr Matteo 25,31ss) che in quanto tali domandano una proposta concreta di cammino di liberazione (Provate a meditare in questa prospettiva la liberazione di Barabba descritta in Luca 23,18!)L’“annuncio” cristiano quindi che non è semplice annuncio verbale ma è concreta attuazione storica di itinerari praticabili di liberazione: e questa, dicevamo, è la forma storica, e quindi vera dell’Amore, almeno come ci è stato tramandato dalla Bibbia e dalla Tradizione.Questo “annuncio” di libertà è il luogo dove si fa sintesi di ogni verità e di ogni amore che non si riducano a “dottrina” astratta o a “sentimento” narcisista, ma diventano vita, senso-orientamento dell’esistenza di ogni persona perché è per ogni persona.Una “vecchia” enciclica del 1888 di Leone XIII che fin dall’inizio proclama solennemente che questa è la missione della chiesa, la dice lunga su quanto poco cammino, sia a livello teologico che pastorale, è stato fatto, anche nella chiesa, per attuare quello che è la ragione stessa della missione della chiesa nel mondo! Certo il documento è scritto più per contestare una certa visione non cristiana della libertà e al suo interno le argomentazioni e il linguaggio stesso sono più debitrici di una certa filosofia che di una meditata teologia biblica… Ma l’affermazione, certamente clamorosa per le orecchie diseducate di molti “spiritualisti” resta. Fin dall’inizio si proclama solennemente che “Gesù Cristo è il liberatore del genere umano” e che “missione della chiesa”, è “diffondere in tutto il corso dei secoli i benefici recati a noi da Gesù Cristo”(leggi) eppure di acqua sotto i ponti ne è passata da allora: c’è stato un Concilio, preceduto e seguito da un “risveglio” (evidentemente prima “dormivano”! cfr Matteo 25,5), degli studi teologici, biblici e liturgici oltre che una consapevolezza maggiore del ruolo di ogni componente della comunità ecclesiale all’interno della chiesa (laicato, episcopato, vita religiosa, movimenti, ecc.). Ci sono stati tentativi e deviazioni che hanno sollecitato altri interventi magisteriali, ma l’affermazione di fondo resta: “Il Vangelo di Gesù Cristo è un messaggio di libertà e una forza di liberazione”come cita il documento Vaticano Libertatis Nuntius del 1984 [1].

La “paura” di sbagliare non può soffocare in noi e nella storia umana, l’“annuncio di gioia” del dono della libertà attuato da Dio in Gesù Cristo a cominciare dalla “creazione” del popolo di Israele e che si attua e diffonde nella storia con la “creazione” continua del “popolo di Dio”…

Ma evidentemente non basta scrivere dei bei documenti o articoli per cambiare la storia, per cambiare la vita, occorre il coraggio della speranza perché “la proposta cristiana” diventi storia…E questo capacità di osare che spesso ci manca. Osare nel pensare e ripensare: giudizio. Senza dare per definitivamente acquisite le nostre conoscenze, senza voler trasformare ogni verità in dogma. Osare nell’agire storico: discernimento. Senza dare per definitivamente acquisite le nostre soluzioni. Perché la storia cammina, e dobbiamo camminare con essa e portare quell’annuncio di liberazione là dove l’uomo si trova.Osare nel “creare” la storia come Dio Padre sogna che essa sia per ogni uomo e ogni donna (cfr Luca 16,8: “poiché i figli di questo mondo, nella loro generazione, sono più avveduti-saggi-prudenti
[2] dei figli della luce”).Osare che è accettazione prima di tutto del rischio di sbagliare (Cfr la “Parabola dei talenti” in Matteo 25,14-30), e che ci dà la vera misura di noi stessi (umiltà: la paura di sbagliare rivela forse la nostra pretesa adamitica di volerci come Dio?). Ma che è anche rischiarci di proprio perché questo annuncio accada anche oggi, per l’uomo che incontriamo adesso, ora, come abbiamo “visto” in modo “paradossale” in Luca 23,18.È questa mancanza di coraggio che rattrista il cuore di Gesù e il nostro! Che ci impedisce di vivere una vera comunione col Padre, perché è mancanza di fiducia nella sua Parola, è indocilità all’azione dello Spirito e alla Loro proposta di vita nuova, di vita vera, di libertà autentica in un amore liberante. Per questo la nostra preghiera diventa illusoria, “monologo alienante”… È la nostra missione e il nostro annuncio “inappetibili” e incapaci di dialogo autentico.È davanti agli occhi di tutti il fallimento di un annuncio che non affascina più… Le chiese sono vuote e continuano a svuotarsi; le nostre liturgie sono “tristi”; i giovani sono spariti; le vocazioni languono; il matrimonio è in crisi e molto prima dei fatidici sette anni; la società è ridotta a mercato sempre meno equo e sempre meno solidale; le ideologie si pervertono in integralismi; le conversioni nei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, sono spesso più illusorie che reali (le statistiche che sembrano mostrare una crescita quantitativa del cristianesimo non si parlano della loro effettiva consistenza: come mi diceva un teologo, “Non ci si converte, si trasloca” di religione!)…Invece di lamentarci che le cose non vanno più come una volta o come vorremmo. Invece che ripiegarci su noi stessi in una nostalgica, nonché sterile, riesumazione dei tempi che furono che non torneranno mai più, dobbiamo avere il coraggio di rimettere in discussione il nostro modo di vita e il nostro stesso modo di pensare e interpretare la realtà e di “organizzarla”… Dobbiamo avere il coraggio di “rifondare” evangelicamente “il tutto”, che poi in realtà è un “tornare” al fondamento della nostra vita, della nostra libertà.Come le vergini avvedute-sagge-prudenti (ancora phrónimoi! cfr nota 2) del Vangelo (Matteo 25,2), se ci siamo ri-addormentati poco importa, ma ora lo “Sposo è arrivato” e il grido dell’umanità è assordante, è il momento di ri-svegliarci e senza paura, ora, “usciamo” per andargli incontro! ___________

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[2] In greco Phrónimos. Espressione che allude alla lucidità nel cogliere la gravità della situazione e nella prontezza di darne una soluzione nella consapevolezza di vivere un momento storico decisivo (kairós) e il conseguente coraggio di arrischiarsi nel prendere delle decisioni. Phrónimoi dovrebbero dimostrarsi i discepoli di Gesù nel “lavorare” per il Regno (cf Matteo 10,16: il che ci dice quanto poco “evangelico” sia il nostro concetto di prudenza).

martedì 3 luglio 2007

La Libertà come Missione

Al lettore attento (e fedele) non sarà sfuggito che la prospettiva da cui parto in ogni articolo è proprio quella che è inaugurata dall’esperienza di Mosé descritta nel libro dell’Esodo.

Al lettore fedele (e attento) non sfuggirà che gli articoli che seguiranno, per il tempo e lo spazio che mi sarà dato, restando all’interno della stessa prospettiva, cercano di svilupparne il contenuto. E questo perché se il “libro” della Bibbia, come qualunque altro libro, va letto e sfogliato girando le pagine, pagina dopo pagina, per una sua “profonda” comprensione, dopo averlo letto e meditato, bisognerebbe chiuderlo e tenendolo chiuso metterlo come in controluce quasi a volerne attraversare con un solo sguardo tutte le pagine, quasi a domandarsi: “Qual è la “logica” che “attraversa” e tiene insieme tutte queste “pagine”?

Ci chiediamo quindi: "Qual è la “parola-azione” chiave che può “rivelare” tutta l’azione di Dio ivi descritta e il faticoso cammino dell’uomo nell’accoglierla?". Nello spazio che ci è dato proviamo a dare una nostra risposta, senza per questo escluderne altre… in fondo penso che ciascuno dovrebbe trovare la propria… Ebbene, penso che la “chiave” di comprensione sia data proprio dall’esperienza di Mosé descritta nel nostro libro dell’Esodo. Non intendo addentrarmi in una spiegazione scientifica (esegesi), o una lettura spirituale (lectio divina), “modi” certo indispensabili per un corretto approccio alla bibbia, ma vorrei cercare di capire la Logica che “presiede” a tutto il brano… e quindi a tutta la Bibbia, e da qui a tutta la storia della Chiesa e dell’umanità intera! Infatti se da un lato, esiste un’esigenza umana fondamentale di cogliere in unità le infinite connessione tra le “cose”, e questo non solo al livello scientifico: questa vita moderna, spesso parcellizzata e frantumata tra “le mille cose a cui tener testa”, esige ancor più che in passato, uno “sguardo” unificante e pacificante, che senza censurare la realtà nella sua complessità, cerca, con uno sguardo sul tutto, di cogliere il "progetto" unitario di Dio. Dall’altro, solo una “visione” di questo tipo, può dare piena giustificazione di tutta l’azione missionaria della Chiesa: solo se esiste un “progetto” del Padre sull’umanità intera, su “ogni uomo”, la missione non è proselitismo. Quello che appare dal libro dell’Esodo e che attraversa tutta l’esperienza credente descritta nella Tradizione biblica, è che Dio, “scende” in mezzo al suo popolo e lo libera attraverso il dono di una libertà nuova, attraverso il “dono della propria libertà”!La libertà infatti, contrariamente a quanto mi capita spesso di leggere in questo o quel libro o di ascoltare in discorsi più o meno impegnati, a me pare che, biblicamente parlando, non è mai la possibilità di scegliere tra il bene o il male, ma è invece la possibilità, che Dio solo può dare, di poter scegliere il bene per sé e per gli altri. È per questo che, “questa” libertà, come la manna nel deserto, ha bisogno di essere sempre rinnovata dal rapporto sempre nuovo di amicizia con Dio e con gli uomini. È una libertà che ha come fine la comunione-amicizia (Alleanza) con Dio perché essa è possibile solo in questa comunione-amicizia (Alleanza) con Dio: in quanto dono esclusivo di Dio, in quanto essa “è” Dio stesso.

A partire da Mosé quindi, storicamente, inizia una lunga pedagogia di Dio per insegnare all’uomo ad essere veramente libero. Questa pedagogia, senza concludersi, si compie definitivamente in Gesù Cristo… ed è in questo movimento di liberazione che si inserisce la missione della Chiesa fino alla fine dei tempi…

Prima dell’azione di Dio in Mosé e nel suo Popolo, nella storia dell’umanità, l’unica concezione di libertà consisteva nel tentativo per l’uomo di “diventare a sua volta” il “padrone di altri uomini” riducendoli in schiavitù… O cercare di diventare sempre più potenti per potersi sottrarre ad ogni forma di vincolo… In questa logica, solo colui che è “padrone del mondo” è un uomo veramente libero…L’idea stessa della divinità era quella di un essere che proprio perché esente da ogni vincolo, è somma libertà. Veramente libera quindi era solo la divinità. Non a caso la massima autorità politica (faraone, imperatore, re…), era anche “divinizzata” e quindi era anche autorità religiosa… Insomma, solo a partire dall’esperienza personale di Mosé, Dio, “somma potenza” e “somma libertà”, si “lega al suo popolo” e mostra storicamente come all’interno di questo legame (Alleanza), non solo non viene meno la libertà e la potenza di Dio, ma nasce la possibilità di ogni vera libertà umana: nell’“Alleanza” l’uomo acquista finalmente la sua dignità di uomo libero e Dio rivela pienamente la propria.

Siamo qui davanti a una inaudita visione della libertà, che mi sembra fino ad oggi non sia stata ancora pienamente recepita nella vita, nel linguaggio e nel pensiero comune e non solo cristiano: basta leggere qualche dizionario, anche specialistico, alla voce “libertà”…

Eppoi ci si stupisce che ancora oggi “le guerre” non solo non cessano ma sembrano aumentare di numero e di intensità…Da questo rapporto di comunione-amicizia-alleanza con Dio, scaturirà il Decalogo (letteralemente: “le dieci Parole-Azioni” e NON “i dieci comandamenti”), e da qui il culto con i suoi riti e le leggi del Popolo di Israele. Come memoria-dono, di una libertà sempre nuova… In questa prospettiva, fedeltà e libertà coincidono esistenzialmente. Sempre in questa prospettiva il peccato allora appare, non tanto come una “macchia sulla coscienza” o “colpa oscura”, ma come un rifiutare di percorrere un cammino di autentica libertà e voler “tornare in schiavitù”: rifiutare insomma di “diventare uomini”. Infedeltà, peccato, disobbedienza, rottura della comunione-amicizia-alleanza con Dio, sono qui “praticamente” sinonimi.

Questo dono di sé e della propria libertà di Dio all’uomo, attraverso un itinerario storico concreto, si scontra ben presto con la tendenza interna all’uomo di ridurre tutto alla misura della propria paura: nella storia di Israele, l’uomo scopre che gli ostacoli alla propria liberazione completa si trovano proprio nel cuore stesso dell’uomo (cfr ad es. il libro della Genesi) e questo è sorgente di continua sofferenza; a questo si aggiunge esteriormente la consapevolezza che la morte resta un ostacolo insormontabile per l’uomo e davanti ad essa sembra sbriciolarsi ogni “sogno” di libertà piena, ogni possibile attuazione della Promessa di Dio. Gli oracoli dei profeti si inseriscono proprio in questa drammatica lacerazione: nella presa di coscienza dell’impossibilità umana di autentica liberazione e nella “ostinata” Promessa di Dio di attuarla definitivamente. Sarà allora soltanto in Gesù Cristo che, facendoci dono del suo Spirito attraversando il “Mar Rosso” della morte, si renderà veramente possibile ad ogni uomo un cammino di liberazione capace di “passare attraverso” la morte esterna vincendone la paura interna…

Ma c’è, mi sembra, una ragione più profonda del fatto che solo in Gesù Cristo, Dio Padre, può attuare definitivamente quella Promessa di incamminare l’umanità in un itinerario di autentica liberazione. Se infatti, come ci mostra l’esperienza credente del popolo di Israele, la libertà scaturisce dalla piena comunione con Dio, solo Colui che è in piena comunione con Dio è veramente un uomo libero, capace a sua volta di essere sorgente di liberazione per coloro che si affidano a lui. E Gesù è da sempre in comunione con Dio in quanto è in perenne ascolto del Padre e non cessa di esserlo nemmeno davanti alla paura della morte. Se quindi senza difficoltà possiamo riconoscere che l’azione liberatrice di Dio nella storia inizia “cronologicamente” con Mosé e con la nascita del popolo di Israele, possiamo riconoscere che è là dove “concretamente” questa libertà si compie che essa trova la propria “sorgente storica”: e questo è ciò che accade in Gesù Cristo… Gesù Cristo infatti non è creduto “Figlio di Dio” e “Salvatore”, perché semplicemente, mi si passi il termine, “ce lo dice lui!”, ma perché con tutta la sua vita, coloro che lo incontrano, piano piano fanno reale esperienza, in una comunione di vita e di amicizia, di autentica liberazione: si scoprono già su questa terra (e non banalmente solo dopo la morte), “liberati”, cioè “salvati”…Gesù è “creduto” Figlio di Dio, perché i suoi discepoli, sebbene a fatica, riconoscono che in Lui si compiono le “gesta” che Dio ha compiuto fin dai tempi di Mosé. Fanno cioè, lentamente ma inesorabilmente, esperienza dell’Amore-Perdono di Dio in quanto Dio ama liberando! E la Comunità credente (Chiesa), definita tale per il suo rapporto di amicizia col Cristo, nel dono dello Spirito ne riceve continuamente in Dono (Agape) la sua Vita (Comunione) e la sua Libertà (Salvezza) (cfr 2Corinti 3,17). Questo diventa anche il suo “lavoro” e la sua “missione” nella storia.

In cosa consiste allora la Missione di questa “Comunità di amici di Gesù”, come io chiamo la Chiesa? Essa consiste semplicemente in un annuncio di liberazione che si attua nella comunione amicale con Colui che è libero e dona la propria libertà: Gesù Cristo appunto e coloro che egli “associa a sé”… Annuncio naturalmente che non si riduce a proclamazione verbale ma che diventa, nelle diverse situazioni storico-culturali, apertura concreta, nella comunione amicale, di itinerari autentici di liberazione… Perché oramai amare, amare veramente, vuol dire liberare!
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