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martedì 12 giugno 2012

XI Domenica del Tempo Ordinario (B)


Questa Domenica ricomincia (finalmente!) il Tempo Ordinario e la Chiesa ci propone due delle tre parabole del seme raccolte nel quarto capitolo di Marco. Lascio parlare in proposito due esegeti che alimentano da tempo le mie riflessioni, perché mi paiono capaci di rendere davvero bene l’idea di ciò che vi è in gioco, più di quello che forse sarei in grado di fare io.

«La vita è più di quello che si vede.Gesù trovò buona accoglienza fra quella gente della Galilea, ma sicuramente non risultava facile a nessuno credere che il regno di Dio stesse arrivando. Non vedevano nulla di particolarmente grande in quanto Gesù faceva; ci si attendeva qualcosa di più spettacolare. Dove sono quei “segni straordinari” di cui parlavano gli scrittori apocalittici? Dove si può vedere la terribile forza di Dio? Come può Gesù assicurare che il regno di Dio è già fra di loro?

Gesù dovette insegnar loro ad “avvertire” la presenza salvifica di Dio in maniera diversa, e cominciò suggerendo che la vita è più di quello che si vede; mentre noi viviamo in maniera distratta gli aspetti apparenti della vita, all’interno dell’esistenza avviene qualcosa di misterioso. Gesù mostra loro i campi della Galilea: mentre essi camminano per quelle strade senza vedere nulla di speciale, sotto quelle terre sta avvenendo qualcosa che trasformerà il seme seminato in un bel raccolto. Lo stesso avviene nel focolare: mentre si svolge la vita quotidiana della famiglia, qualcosa si verifica segretamente all’interno della massa della farina, preparata all’alba dalle donne; presto tutto il pane sarà fermentato. Così avviene con il regno di Dio. La sua forza salvifica è già all’opera all’interno della vita, e trasforma tutto in maniera misteriosa. La vita sarà come la vede Gesù? Dio sarà silenziosamente all’opera all’interno del nostro stesso vissuto? Sarà questo il segreto ultimo della vita?

La parabola che più sconcertò tutti fu forse quella del seme di senape.





Gesù avrebbe potuto parlare di un fico, di una palma o di una vigna, come faceva la tradizione; invece, in maniera sorprendente, sceglie intenzionalmente il seme di senape, considerato proverbialmente come il più piccolo di tutti: un granello delle dimensioni di una capocchia di spillo, che con il tempo diventa un arbusto di tre o quattro metri, su cui in aprile si rifugiano piccoli stormi di cardellini, cui piace molto mangiarne i chicchi. I contadini potevano contemplare la scena in qualunque tramonto.

Il linguaggio di Gesù è sconcertante e senza precedenti. Tutti attendevano la venuta di Dio come qualcosa di grande e possente; si ricordava in maniera particolare l’immagine del profeta Ezechiele, che parlava di un “cedro magnifico” piantato da Dio su “una montagna elevata ed eccelsa”, che “avrebbe messo fuori rami e prodotto frutti”, servendo da riparo a ogni sorta di passeri e uccelli del cielo. Per Gesù, la vera metafora del regno di Dio non è il cedro, che fa pensare a qualcosa di grandioso e possente, bensì la senape, che suggerisce qualcosa di debole, insignificante e piccino.

La parabola dovette penetrare profondamente in loro. Come poteva Gesù paragonare il potere salvifico di Dio a un arbusto uscito da un seme così piccino? Si doveva abbandonare la tradizione che parlava di un Dio grande e possente? Bisognava dimenticare le sue grandi gesta del passato ed essere attenti a un Dio che è già in azione in ciò che è piccolo e insignificante? Avrebbe forse ragione Gesù? Ognuno doveva decidere: o continuare ad attendere l’arrivo di un Dio possente e terribile, o arrischiarsi a credere nella sua azione salvifica presente nell’umile operato di Gesù.

Non era una decisione facile; che cosa ci si poteva attendere da qualcosa di così insignificante come quanto stava accadendo in quegli sconosciuti villaggi della Galilea? Non bisognava fare qualcosa di più per forzare gli eventi? Gesù poteva comprovare l’impazienza che regnava in non poche persone. Per contagiarle con la sua fiducia totale nell’azione di Dio, propone come esempio quanto avviene del seme che il seminatore semina nella sua terra.

Gesù li rende attenti a una scena che sono abituati a contemplare tutti gli anni nei campi della Galilea: dapprima terre seminate dai contadini; dopo pochi mesi, campagne coperte di messi. Ogni anno, alla semina segue con piena sicurezza il raccolto. Nessuno sa bene come, ma qualcosa si verifica misteriosamente sottoterra. Lo stesso avviene con il regno di Dio: esso è già all’opera in maniera occulta e segreta; vi è soltanto da attendere che giunga il raccolto.

L’unica cosa che il contadino fa è deporre in terra la semente; fatto questo, il suo compito è concluso. La crescita della pianta non dipende più da lui; egli può coricarsi tranquillo alla fine di ogni giornata, sapendo che la sua semente si sta sviluppando; può alzarsi ogni mattina e comprovare che la crescita non si arresta; nelle sue terre sta succedendo qualcosa senza che egli se lo sappia spiegare. Non rimarrà deluso; a suo tempo, avrà il suo raccolto.

Quel che importa realmente, non è il seminatore a farlo; il seme germoglia e cresce sotto l’impulso di una forza misteriosa che a lui sfugge. Gesù descrive in ogni dettaglio questa crescita, affinché i suoi uditori la possano quasi vedere. All’inizio dalla terra spunta soltanto un filo insignificante di erba verde, poi compaiono le spighe; più tardi si possono già osservare gli abbondanti chicchi di frumento. Tutto avviene senza che il seminatore abbia dovuto intervenire, perfino senza che sappia davvero bene come tale meraviglia si produca.

Tutto contribuisce in qualche modo a far sì che un giorno giunga il raccolto: il contadino, la terra e la semente. Ma Gesù invita tutti ad avvertire in questa crescita l’azione occulta e potente di Dio. La crescita della vita che si può osservare anno dopo anno nei campi seminati è sempre una sorpresa, un dono, una benedizione di Dio. Il raccolto va al di là dello sforzo che i contadini hanno potuto compiere. Qualcosa del genere si può dire del regno di Dio. Non coincide con gli sforzi che qualcuno può fare: è un dono di Dio immensamente superiore a tutti gli affanni e i travagli degli essere umani», J. A. Pagola, Gesù. Un approccio storico, Borla, Roma 20102, 138-141.

Ciò che vi è in gioco in queste parabole dunque è prima di tutto una conversione sull’idea di Dio che abbiamo in testa: innanzitutto il fatto che «è il Regno stesso, già deposto nella storia come un seme, che viene, non sono gli uomini a farlo venire. […] L’atteggiamento prioritario del cristiano nel mondo [dunque] è l’attesa fiduciosa. Perché il regno di Dio non è cosa degli uomini, ma di Dio. Non è una realtà da ‘forzare’, come facevano gli zeloti al tempo di Gesù o come sono tentati di fare gli attivisti cristiani in ogni tempo. Il regno di Dio non è questione di organizzazione oppure di efficienza, ma semplicemente di accoglienza» [B. Maggioni, Le parabole evangeliche, Vita e Pensiero, Milano 20036, 39].

E di un’accoglienza tutta particolare, perché «evidentemente la pretesa di Gesù di essere l’inizio del Regno esige una profonda conversione ‘teologica’ prima che morale: anche nel tempo del compimento Dio non pianta alberi ma getta semi. È un modo assolutamente nuovo di intendere il compimento!

Il primo scopo della similitudine non è di invitare alla speranza o di suggerire all’uomo come comportarsi nei confronti di Dio. Essa piuttosto vuole suggerire una maniera diversa di immaginare la presenza del Regno nella storia. La similitudine è teologica. Ne consegue che il modo peggiore di interpretarla è quello di applicare l’immagine del seme al ministero di Gesù (e, eventualmente, della Chiesa primitiva) e quella dell’albero alla Chiesa. In realtà, il tempo di Gesù non è solo l’inizio e il fondamento del tempo della Chiesa, ma il ‘codice genetico’ che ne determina l’identità, la fisionomia e il carattere. Anche quello della Chiesa è tempo di semi, non di alberi. E sempre sorge la domanda: è qui il regno di Dio? Capovolgere la similitudine partendo dall’albero – eravamo un piccolissimo seme e ora siamo una grande comunità! – significa fraintenderla. Gesù l’ha raccontata per coloro che vivono nella situazione del seme» [Ivi, 45].

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