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martedì 25 marzo 2014

IV Domenica di Quaresima


Dal primo libro di Samuele (1Sam 16,1.4.6-7.10-13)

In quei giorni, il Signore disse a Samuele: «Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato. Quando fu entrato, egli vide Eliàb e disse: «Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!». Il Signore replicò a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore». Iesse fece passare davanti a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi». Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge». Samuele disse a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto. Disse il Signore: «Àlzati e ungilo: è lui!». Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni (Ef 5,8-14)

Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto in segreto da [coloro che disobbediscono a Dio] è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce. Per questo è detto: «Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà».

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 9,1-41)

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

 

Il lungo vangelo che la Chiesa ci propone per questa quarta domenica di Quaresima è molto lungo.

Mi limito dunque a mettere in luce un unico profilo di questo testo, tra i tanti che offre: quello dell’identità di Gesù. Infatti, raramente nel vangelo, si trovano brani così densi di “titoli” (positivi e negativi) che gli vengono attribuiti o che egli stesso si attribuisce, come quello di questa domenica. Potremmo infatti quasi dire che, tra le molte tematiche che questo brano intercetta, di certo, su tutte, spicca quella cristologica: esso sembra infatti costruito per rispondere alla domanda “Chi è Gesù?”. Una domanda, tra l’altro, che per come è costruito il discorso, non si propone in termini filosofico-metafisici – dunque riservati agli specialisti del mestiere – ma piuttosto in una trama coinvolgente, che trascina nel suo andirivieni concentrico (ma un concentrico “a spirale”, che cioè va sempre più in profondità) il lettore stesso. È lui che – dentro alla complessa dinamica in cui è raccontato lo scontro teologico sull’identità di Gesù (che sarà ciò che lo porterà a morire) – dovrà dare la sua risposta.

Veniamo dunque al testo…

Esso si apre con una domanda che i discepoli – vedendo «un uomo cieco dalla nascita» – pongono a Gesù: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?».

Rabbì è dunque il primo modo in cui nel testo viene nominato Gesù: maestro.

Un titolo a cui se ne affianca però subito un altro, contenuto nelle stesse parole di risposta di Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».

Sono la luce del mondo è quindi ciò che Gesù dice di sé, il modo in cui, in questa prima parte del testo, si autodefinisce. Mentre quindi Gesù, rispondendo ai suoi, corregge la loro teologia (cioè il loro modo di pensare al male del cieco nato come legato ad un peccato suo o dei suoi genitori di cui la cecità sarebbe appunto la punizione… e lo fa mettendo immediatamente in relazione il cieco a Dio e non al peccato!), coglie anche l’occasione per dare un orientamento sulla sua identità: certo è un maestro, un rabbì… ma un maestro diverso da tutti gli altri: egli è infatti la luce del mondo, mandata da Dio.

Ma il brano prosegue, perché dopo la guarigione del cieco inizia la diatriba vera e propria sull’identità di Gesù. Perché il cieco, interrogato su come gli fossero «stati aperti gli occhi», risponde anche lui dando un “titolo” a Gesù. Lo nomina infatti: «l’uomo che si chiama Gesù». Il cieco parte quindi dall’evidenza immediata. È stato un uomo a guarirlo, un uomo di nome Gesù.

Ma i farisei lo incalzano, scettici sui fatti e sulla loro interpretazione. Anch’essi infatti dicono la loro sull’identità di Gesù: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Per loro dunque Gesù è un uomo che non viene da Dio.

Ma non son tutti d’accordo. Qualcuno infatti commenta: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». Per questi altri cioè Gesù non può essere un peccatore… deve in qualche modo “venire da Dio” per compiere segni di quel tipo.

«C’era [dunque] dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: “Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?”. Egli rispose: “È un profeta!”». Il nostro cieco ha fatto un passettino ulteriore… la domanda è sempre la stessa (la scena gira infatti continuamente intorno ad essa e la ripropone in continuazione), ma stavolta rispetto alla prima risposta, si va più in profondità: non è riportata solo l’evidenza immediata (l’uomo che si chiama Gesù), ma a partire da essa si fa un passettino ulteriore: mi ha aperto gli occhi, non può che essere un profeta, cioè uno che ha Dio dalla sua parte, non un peccatore!

Ma è proprio su questa interpretazione che i farisei “sbottano”: non può essere un uomo di Dio e tradire il riposo del sabato (vorrebbe dire che per Dio l’osservanza del sabato, cioè della legge non è il riferimento ultimo… quello su cui loro – farisei – hanno impostato tutta la loro vita…). E perciò urlano al cieco: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». In mancanza di ragioni convincenti, ecco che scatta la violenza: è un peccatore, «Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia».

Ma qui il cieco si fa raffinato, convinto ormai dalla reazione aggressiva degli altri, di averli messi in scacco: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Per il cieco dunque Gesù non solo è l’uomo che gli ha aperto gli occhi, non solo è un profeta, ma diventa uno che onora Dio e fa la sua volontà, uno che viene da Dio.

Tutto il problema legato all’identità di Gesù sembra così in qualche modo legato alla sua provenienza: viene da Dio o no?

Ma il brano non è ancora finito, perché nel finale presenta un’altra scena rivelativa. Gesù e il cieco si rincontrano dopo che quest’ultimo è stato cacciato dalla sinagoga (scomunicato) e nel dialogo che intraprendono, emergono altri due titoli: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!».

Dunque Figlio dell’uomo e Signore, titoli, entrambi molto forti (anche figlio dell’uomo, che a differenza di quanto si può pensare non indica un’audesignazione umile da parte di Gesù, ma fa riferimento a tutto un mondo anticotestamentario e ad un’appropriazione personale che rimandano all’eletto/inviato da Dio): è il riconoscimento finale del fatto che alla domanda “Da dove viene Gesù?”, il cieco (e Gesù stesso) dice “Da Dio”. È il riconoscimento finale sull’identità di Gesù. Come se l’evangelista nell’avvicinarsi della sua narrazione alla Pasqua, sentisse il bisogno di dire: stiamo parlando di questo, del Messia che viene da Dio!

Ecco perché a metà Quaresima, nella cosiddetta domenica laetare (quella che fa pendant con la domenica gaudere dell’Avvento – un tempo accomunata all’altra dal fatto di essere le uniche due domeniche in cui i paramenti liturgici erano rosa), quella che in qualche modo vuole porre una “pausa” nei toni concentrati della Quaresima per dare un po’ di lietezza ai fedeli, la Chiesa ci invita a fare una “pausa” per ricordarci che tutti gli sforzi di preparazione a questa Pasqua non sono fini a se stessi o marginali alla vita: il centro, ciò che c’è in questione, ciò su cui bisogna che ci concentriamo in questo tempo speciale è Gesù, il Figlio dell’uomo, cioè il Signore mandato da Dio.

Allora sarebbe bello fare anche noi una pausa e dare la nostra risposta alla domanda “Da dove viene Gesù?”, cioè “Chi è?”, provando a farlo anche noi come il cieco: non nei termini metafisici-filosofici degli addetti ai lavori, ma a partire da quella che è l’esperienza del nostro incontro con lui, della nostra storia con lui. E da lì ripensare noi stessi e la nostra vita, perché: «la conoscenza di sé e quindi la conoscenza di Dio sono speculari dentro di noi, e solo nella purificazione e ricostruzione della propria immagine di sé s’illumina l’immagine di Dio, e viceversa» [Giuliano].

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