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giovedì 13 dicembre 2007

Si rallegri il deserto e la terra arida, esulti la steppa

…ripete Isaia!… quante volte ci arrivano questi scossoni “non temete! rallegratevi!”, nella Bibbia e nella vita, nella “nostra” vita, perché il profeta sta rivolgendosi a noi, umanità di tutte le generazioni. E ci vede bene! Perché troppo spesso … le mani sono stanche, le ginocchia ci tremano, il cuore è smarrito, per i nostri problemi, di ognuno, certo, ma ancor più, a guardarsi in giro, nelle famiglie, per la strada, nei posti di lavoro, nelle scuole, negli ospedali… per non cadere nella retorica amara delle periferie immense di intere popolazioni al disotto del livello minimo di sussistenza dignitosa. Eppure, dice il profeta : qui… è il vostro Dio! Egli viene a salvarvi! E ancora una volta ci viene elencato il catalogo profetico delle nostre miserie umane da guarire, i dolorosi impedimenti della compiutezza umana. Lo riconosciamo questo catalogo, perché l’abbiamo sentito tante volte come promessa luminosa, negli oracoli ostinati dei profeti, ma anche, in versione rovesciata, nei salmi e nei libri sapienziali, come descrizione sarcastica degli idoli, anche loro ciechi, sordi, muti e paralitici… con occhi, orecchie, lingua, mani e piedi inservibili. Curiosa questa coincidenza, per cui l’arrivo del Regno vuol dire il ritrovare la pienezza della vita per tutti gli impediti, che liberati dall’incontro con Gesù, vanificano tutti quegli idoli che in qualche modo consacravano l’impossibilità di superare questi mali. Orami guarire l’uomo è un criterio di riconoscimento del messia e dei suoi discepoli: “E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome… imporranno le mani ai malati e questi guariranno” (Mc 16,17).
nel deserto di Giovanni
Giovanni è la nostra verità umana più umile, perciò più vera e più autentica. Tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di lui: è la soglia, dunque! Più in là non siam capaci di andare. È presentato da Gesù stesso come il culmine del Primo Testamento, il grande profeta severo e ardentemente impaziente di preparaci per l’arrivo del Signore. Ma, almeno come anelito, Giovanni segna l’avventura intima di ogni uomo, man mano che la voglia di vivere e la speranza di bene con cui si nasce, si scontrano contro troppi ostacoli e fatiche, contro la impermeabile resistenza del male, della solitudine, della nostra fragilità, del peccato. E tutto sembra inutile. Il dolore dei più sventurati non è consolato - ed il dubbio (la morte della speranza) entra in cuore e tenta di avvelenare anche noi… Non doveva arrivare il Messia? Il Regno di Dio non era già qui alle porte? C’è dunque un imbroglio nelle profezie messianiche? sempre più ci tocca rimandate, sempre domani,“forse”?… come le fate morgane che abitano il deserto, appunto, che quando stai per arrivarci, sono sparite un’altra volta, e ne riappare il miraggio ancora più in là, dove non hai più la forza di arrivare!
Tutta la vita ad aspettare il Messia: quando arriva è un Messia inaspettato!
Il Messia e il Regno che ci annuncia è introvabile, per uno strano travestimento: quando lo trovi non è più lui, non corrisponde ai segni del catalogo. Qui, il problema del Messia non è più quello del popolo che si converte, alla voce di Giovanni, mentre i maestri e i capi lo rifiutano, ed Erode, prima affascinato, è poi travolto nella logica di morte dalla quale non riesce a togliersi… Il problema è di Giovanni stesso. Proprio lui, il più preparato ad accoglierlo, la cui missione è di preparatore gli altri. Ma anche per Giovanni, quando il Messia s’avvicina, la sua vera identità è sorprendente, inaspettata anche per lui, come poi per Maria, come per tutti i discepoli, Gesù è il messia, il figlio del Dio vivente, dirà Pietro… ma non come l’aspettavano!. E questa è la vera fonte dei nostri guai di fede! Il Signore non è ovvio, non è prevedibile coi criteri miracolosi che ci hanno detto: è sempre inaspettato – sempre, per tutti! Giovanni aveva atteso e predicato, sulla scia di antiche profezie, un Potente che battezza con Spirito e fuoco…una scure incombente alle radici dell’umanità in attesa. Occorre convertirsi subito, o sarà la fine! Ma arriva un Mite, che si mischia coi poveri e i peccatori, li perdona senza castigo, si autoinvita a casa loro… Qualcuno dei suoi “miracoli” assomiglia davvero al catalogo profetico e sembra confermare che è davvero il Messia. Alla domanda drammatica su cui Giovanni gioca tutta la sua missione (la sua morte e la sua vita!) : «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?»), non risponde direttamente, ma rinvia alle sue opere: «I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me» (Mt 11,2-6). Si tratta di miracoli che ricalcano le profezie dell'Antico Testamento, e tra questi c'è persino la risurrezione dei morti. Ma… infine, e soprattutto, l' ultimo:
ai poveri è predicata la lieta notizia!
L'ultimo segno non è un miracolo! Però tutta l’avventura di Gesù lo rivelerà come il più decisivo, perché è la chiave di interpretazione di tutti gli altri. Lo ribadirà nel manifesto iniziale della sua predicazione nella sinagoga di Nazareth, e poi per tutta la vita fino alla fine … solo e abbandonato nella passione e sulla croce, dove rifiuterà il miracolo potente (scendere dalla croce) per un altro miracolo/promessa: con l’ultimo sospiro che gli rimane annuncerà ancora la ‘bella notizia’ ad un ‘povero’ ladrone, che muore con lui, e il perdono a chi lo sta uccidendo… Miracoli sì, ma di un'altra qualità da quelli che aspettavamo! I miracoli che ci ha regalato!
beato chi non si scandalizzerà di me
A Giovanni che lo può capire, Gesù rivela la vera beatitudine, il vero segreto “incredibile”della sua missione di Messia. I miracoli stanno a dimostrare a chi crede nella Scritture, che Gesù è l’inviato di Dio! Ma non è da questi miracoli che nasce la fede. Tanta gente li ha visti, e applaudito, ma non è scattata la fede in loro. Giovanni è chiamato a superare la soglia che fa grande il più piccolo del Regno. È veramente “follia e stoltezza” questa svolta teologica nella manifestazione del Messia. Un modo tanto diverso da provocare lo scandalo perfino in chi gli è più vicino. Da questo primo tentativo con Giovanni, l’amico dello sposo, fino all’ultimo con i due di Emmaus, quante volte Gesù ha cercato di spiegare agli “scandalizzati” che “era necessario” così! Il Messia è il servo sofferente, reietto e umiliato, schierato coi poveri, lui stesso di umili origini, e incamminato” verso la croce. Il rifiuto dei capi e dei farisei, ma anche l’incomprensione “testarda” e “dura di cuore” dei discepoli suoi coetanei… fino a noi, dopo 2000 anni, ha unicamente questa radice : lo scandalo dell’impotenza del Messia e del suo Regno! Ci sogniamo ostinatamente come oggetto/soggetto della nostra fede un “Signore”, capace di esaudire le nostre preghiere e soccorrere le nostre impotenze, mentre lui ci offre piuttosto di coinvolgerci nel suo sprofondamento nell’umanità (non avete potuto vegliare con me un’ora sola?! - Mt 26,40).
il rovesciamento!
Eppure rimane ancor più vero l’augurio iniziale della profezia: rallegratevi e non temete! Ma la scansione delle scadenze sono diverse: Non è qui, nelle nostre battaglie e traguardi personali o sociali o ecclesiali che ci è promesso il trionfo o la risposta soddisfacente… Non avremo sorte migliore del Maestro! Ma ci è detto di essere testimoni quanto più possibile operosi e impegnati della liberazione che Gesù è venuto a portare. Sapendo però che il male non è tolto dal mondo e tenterà di opprimerci con il suo veleno di morte e disperazione: Ma noi possiamo rovesciarne la sorte! E dello “scandalo” (la pietra su cui si inciampa: le nostre fatiche, impotenze, malattie, angosce…) fare la pietra angolare della ricostruzione della nostra fede. Non ci hanno imbrogliato! Con la pazienza dei profeti e dei contadini, noi sappiamo seminare speranza, e attendere. Quindi già adesso ne siamo lieti, anche se trepidanti, perché non sappiamo ancora quando daranno frutto.
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il miracolo rovesciato!
… volevo fare cose grandi,... ma la malattia mi fece fare… cose migliori...
…“la sola forma di sofferenza dell’anima è il fare la volontà propria e non quella di Dio!”
Poche parole, scritte con mano tremolante; c’erano volute ore, per scriverle. Sono così le ultime pagine del diario di Benedetta Bianchi Porro, morta a soli 28 anni, di tumore: una forma di “neurofibromatosi” (incompresa dai medici, se l’era diagnosticata da sola!) che l’ha resa progressivamente sorda, cieca, paralizzata, priva di ogni facoltà sensitiva… [era nata a Dovadola, nella provincia di Forlì, l’8 agosto 1936, morta il 23 gennaio 1964. Nel 1996 è dichiarata venerabile…]

Una ragazza tenace, Benedetta: la lunga malattia, le sofferenze, gli interventi chirurgici non le hanno impedito di continuare a studiare. Si è dovuta arrendere solo nel 1960, ad un passo dalla laurea in medicina.
L’esperienza del dolore è stata la ‘cifra’ della sua esistenza:
l’ombra della Croce sovrasta tutto”, scrive Benedetta citando L’Imitazione di Cristo. E aggiunge: “ma è anche la nostra grande speranza, il nostro riscatto. Dio è giusto e quando manda una prova, manda anche la forza per sopportarla”.

Tra le letture preferite di Benedetta, negli ultimi anni della sua vita, la Storia di un’anima di Santa Teresa del Bambino Gesù, il cui “atto di offerta” finale Benedetta si è fatta “trasmettere” dalla madre anche poco prima di morire (non poteva più né leggere né ascoltare: le “trasmettevano” con alfabeto tattile… sulla mano).
Nel 1963, subito prima di sottoporsi all’intervento che l’ha poi resa completamente cieca, Benedetta scrive: “La mia croce è più pesante di quella che posso sopportare. Ma voglio donare con gioia, non per forza”.
Dopo il primo viaggio a Lourdes, che non ha dato i frutti sperati (Benedetta aveva fatto voto di diventare suora, se fosse guarita) si rivolge così ad un’amica: “io sono come sono, soffro molto, credo ogni volta di non farcela più, ma il Signore che fa cose grandi, mi sostiene pietoso e io mi trovo ritta ai piedi della Croce

L’abbandono fiducioso alla volontà di Dio, in Benedetta, arriva fino allo svuotamento di sé: “amare la sofferenza di tutti”, per lei significa dimenticarsi e non possedere niente, neanche la sofferenza, neanche il “sapersi paralizzata a letto sorda e cieca”, neanche il peso della fatica di “non arrivare a sera”.
E in questa luce che va letta questa sua splendida preghiera:

… chiesi a Dio la forza di conquistare…
e il Signore mi fece debole, perché imparassi umilmente ad ubbidire.
Chiesi di essere aiutata a fare cose grandi…
e il Signore mi fece ammalare, perché facessi cose migliori.
Chiesi ricchezze per poter essere felice…
mi diede la povertà, perché fossi saggia.
Chiesi di tutto per potermi godere la vita…
ed ebbi la vita, perché potessi godere di tutto.
Non ebbi nulla di tutto quello che avevo chiesto,
ma ebbi tutto quello che avevo sperato”.
[speciale sir 8 – 30.01-1998 p.iii --- a cura M. Michela Nicolais]

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