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venerdì 28 dicembre 2007

Santa famiglia di Gesù Maria e Giuseppe

La liturgia della Parola di questa prima domenica dopo Natale ci invita a riflettere sulla famiglia. Su quella di Gesù, Maria e Giuseppe, (come ben dice il nome della festa che si celebra, e come è pure titolato il nostro articolo), ma anche sulle nostre (in particolare con i testi del Siracide e della Lettera di san Paolo ai Colossesi).
Partiamo proprio da qui. È interessante che sia il Siracide che san Paolo parlino dei rapporti familiari all’interno di discorsi più ampi, stigmatizzando appunto la vita di coppia o il rapporto coi figli come situazioni emblematiche per la vita. Ne parlano infatti insieme all’altra condizione fondamentale dell’uomo, quella della sua attività (cfr Sir 3,17: «Figlio, nella tua attività sii modesto»), del rapporto servo-padrone (cfr Col 3,22: «Voi, servi, siate docili in tutto con i vostri padroni terreni»).
In modo esplicito il libro del Siracide introduce il brano dov’è contenuta la lettura di questa domenica con questa frase: «Figli, ascoltatemi, sono vostro padre; agite in modo da essere salvati» (Sir 3,1). L’orizzonte ampio in cui si collocano le parole sui rapporti genitori – figli è allora quello della salvezza. Per essere salvati, sembra dire il Siracide, è necessario che curiate le relazioni di generazione, quelle che toccano l’origine della vostra vita.
In questa prospettiva, senza addentrarci troppo in un’analisi dalle sfumature psicologiche, ricordiamo come il professor Ubbiali, docente in FTIS, analizzi la vicenda di Caino e Abele, come quella di chi ha smarrito la relazione genitoriale (in Gn 4,3-16 i grandi assenti sono proprio Adamo ed Eva) e proprio per questo non sa rispondere alla domanda “chi sono io?” e dunque si dis-umanizza.
Eppure, nonostante l’evocazione di questa pista di riflessione di notevole spessore, leggendo quanto dice il Siracide l’impressione è di una certa delusione... Non tanto per quanto dice... ma per quanto non dice:
- si parla di onore al padre e alla madre, indicazione certo inconfutabile, se non fosse che a noi riecheggia subito nelle orecchie quanto cantava De Andrè nel suo Testamento di Tito: “Onora il padre, onora la madre e onora anche il loro bastone, bacia la mano che ruppe il tuo naso perché le chiedevi un boccone: quando a mio padre si fermò il cuore non ho provato dolore”;
- si parla poi, per chi onora il padre, di esaudimento della preghiera, di gioia dai propri figli, di vita lunga... ma semplicemente noi sappiamo che non è così... basta attraversare un po’ l’umanità e le tragedie che investono la sua storia per rendersene conto;
- si parla di un padre che perde il senno, ma non sono considerate tutte le altre drammatiche situazioni che le nostre famiglie, o ex-famiglie attraversano. È come se non fossero contemplate quelle che Aldo Schiavone nel suo articolo di lunedì 24 dicembre sulla Repubblica, chiamava le “nuove famiglie che la Chiesa non vede”.
E dunque? E dunque non c’è troppo da stupirsi... mi pare infatti che l’intento del Siracide in questi versetti sia semplicemente quello di delineare una buona condotta familiare, contenuta in un testo di “consigli per il vivere” che attraversa molti campi esistenziali, senza la pretesa di indagarli nello specifico. E come insegna la buona esegesi, non si può far dire a un testo quello che non ha intenzione di dire.
Da quanto detto però mi pare emerga un dato di fatto: se oggi la Chiesa ci chiede di concentrarci sul tema della famiglia, non possiamo più proporre banali regole di buon comportamento, abituali pacche sulle spalle che non consolano né incoraggiano più nessuno, aridi discorsi moralistici che non fanno altro che buttare sulle spalle della gente pesi che non tocchiamo neanche con un dito (Lc 11,46).
In questo senso è interessante proseguire la nostra riflessione notando che come il Siracide, che elencava una norma comportamentale per i figli al fine di salvarsi, anche la vicenda del Vangelo parli della necessità di un mettersi in salvo: «I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo”» (Mt 2,13).
È ancora più paradossale il fatto che chi deve essere messo in salvo (lui è ancora troppo piccolo per poterlo fare da sé) è proprio il Salvatore del mondo...
Qui però in merito alla salvezza, non si parla astrattamente di ‘come ci si deve comportare in famiglia’, qui ci è raccontato un pezzetto della storia di una famiglia.
Noi sappiamo che è una storia teologica, tant’è che i racconti dell’infanzia di Gesù sono scritti quando lui è già morto e risorto e non sono certo la cronaca dei suoi primi anni di vita: piuttosto il tentativo delle prime comunità cristiane di delinearne il volto.
Ma, seppur teologica, questa è sempre una storia, la narrazione di una vicenda concreta, di un ‘immischiamento’ nel fango e nelle fatiche di questo mondo... la famiglia di cui parla questa storia infatti sta tutta dalla parte dei derelitti, di quelli a cui certo non si addicono le buone norme comportamentali: questa, di Gesù, Maria e Giuseppe è una famiglia profuga (tra l’altro in Egitto...), povera, strana (fa sorridere che per tutto il brano, anche se le parole sono dette da Giuseppe o a Giuseppe, si usi sempre la locuzione «il bambino e sua madre»)... è una famiglia che conforta tutto il popolo delle famiglie ferite...
Perché seppure le povertà siano diverse, tra miseri, poveri, emarginati, si crea una sorta di solidarietà di base... di sentirsi collocati dalla stessa parte (quella sbagliata naturalmente)... e allora è davvero consolante leggere che la santa famiglia sta anch’essa da ‘questa parte di qua’: dalla parte delle famiglie profughe, povere, strane... dalla parte delle famiglie che non possono più dirsi famiglie... dalla parte di famiglie in cui manca il padre, la madre, un figlio... dalla parte delle famiglie che preferirebbero non avere quel padre, quella madre, quel figlio... dalla parte di quelle “nuove famiglie che la Chiesa non vede”...
Schiavone nel suo articolo scrive “Tutto, in essa [la famiglia] è solo storia”...
Il mio augurio per questa festa è allora che noi, popolo di famiglie con storie a vario titolo ‘maledette’, composte da orfani, figli di separati, di omosessuali, di extracomunitari, di prostitute, di pedofili, di violenti, di carcerati, di malati, di psicolabili... scopriamo, guardandoci, che tra noi c’è anche un bambino tutto speciale: è Dio che ha scelto di stare da questa parte di qua... e con Paolo dice anche a noi (che così poco ce lo sentiamo dire...) «Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza. [...] Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità».
E badate, questa non è proprio una buona morale... questa è la scardinazione dal centro del cuore di un annuncio di morte, per un annuncio di Vita, che – proprio solo per questo – cambia la vita (anche quelle ‘maledette’... anche quelle ecclesialmente ‘maledette’).
«E la pace di Cristo regni nei vostri cuori. [...] E rendete grazie!»

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