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mercoledì 28 maggio 2014

Ascensione


Dagli Atti degli Apostoli (At 1,1-11)

Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra». Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni (Ef 1,17-23)

Fratelli, il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore. Egli la manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni Principato e Potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione e di ogni nome che viene nominato non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro. Tutto infatti egli ha messo sotto i suoi piedi e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose: essa è il corpo di lui, la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 28,16-20)

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

 

Spiego ai miei bimbi a scuola:

-          l’Ascensione è la festa in cui si fa memoria del ritorno di Gesù risorto presso Dio.

-          Avviene 40 giorni dopo Pasqua.

-          40 giorni di incontri tra il Risorto e le sue amiche e i suoi amici, fatto di non riconoscimento (che ci fa capire che Gesù non è semplicemente ritornato in vita, come Lazzaro, ma è entrato in una vita nuova, in qualche modo diversa… per questo non lo riconoscono: perché in qualche modo è diverso da prima: ha un copro che entra a porte chiuse… lo scambiano per un fantasma…)…

-          … e successivo riconoscimento (per la sua voce, per i segni della crocifissione, perché compie gli stessi gesti di prima: spezza il pane, mangia con loro…), che ci fa capire che il Risorto è il crocifisso (è sempre Gesù, lo stesso di prima!).

-          In questi 40 giorni promette di regalare ai suoi un dono: lo Spirito santo, che essi riceveranno 10 giorni dopo l’Ascensione, cioè 50 giorni dopo Pasqua (a Pentecoste).

-          In questi 10 giorni – ci dicono gli Atti degli apostoli – i discepoli si ritrovano insieme (11 apostoli, con Maria, alcune donne e diversi altri discepoli: 120 ne contano il giorno dell’elezione di Mattia), pregano, eleggono il nuovo 12° apostolo.

 

Noi sappiamo che questa scansione temporale è pedagogica, serve cioè a s-piegare (nel tempo per s-piegare nella testa) il mistero della Risurrezione di Gesù, che ha suscitato domande cui Luca (nel vangelo e negli Atti) e tutti gli altri evangelisti e scrittori neotestamentari ha provato a rispondere con questa sistematizzazione logica:

-          Dove è andato Gesù?

-          E noi? Ora siamo soli (orfani)?

-          E cosa dobbiamo fare in questa storia che non finisce?

 

Il mistero dell’Ascensione che celebreremo domenica vuole rispondere alla prima di queste domande: dove è andato Gesù? Perché non è più incontrabile, consultabile, accessibile?

Per capire questa festa, dobbiamo dunque fare nostre queste domande e non accontentarci del dato registrato nella memoria in qualche momento della nostra infanzia quando ci spiegavano l’Ascensione.

Dobbiamo sentire sulla nostra pelle il problema del fatto che Gesù diventi l’assente.

Anche se forse non faremo fatica a immedesimarci, in questo caso, nei discepoli… quante volte infatti patiamo questa orfanità, questo cielo vuoto che non ci pare per niente pieno della gloria di Dio, come cantiamo a messa.

E allora mi tornavano in mente le parole ascoltate recentemente durante una conferenza del prof. Petrosino, che vorrei tentare di riproporvi, perché presentano questa apparente e insieme reale “assenza” di Dio dalla storia, in una prospettiva che io trovo molto interessante.

Egli sosteneva che quando Dio crea l’uomo lo fa perché egli stia in piedi da sé: è come se si ritraesse e facesse spazio ad altro da sé. Non come un orologiaio distratto che ha fatto un’opera imperfetta e deve continuamente intervenire per aggiustarla. Sta in piedi da sé.

La creatura resta creatura: infatti è creatura e non creatore perché poteva non esserci, perché non si è creata da sé, eppure da quando c’è, ha una sua autonomia, sta in piedi da sola (può fare “senza Dio”).

Il dono della vita che Dio fa, infatti, non è un prestito (ti lascia in vita solo se ti comporti bene…) ma è – appunto – un dono (non dobbiamo restituire niente a Dio: la vita che ci ha donato è nostra!), ma se è donato è donato: la creatura è un assoluto, è autonoma.

In questo modo Dio ha dimostrato di essere capace di altro da sé (altrimenti non saremmo altro da Lui, ma servi, adoratori, in ultima analisi schiavi, in funzione sua: fatti per adorarlo, o compiacerlo, o accontentarlo): «Non vi chiamo più servi … ma vi ho chiamato amici» (Gv 15,15).

A questo Dio ci ha chiamati, a essere uomini, a stare in piedi da soli, a stargli di fronte in piedi: ecco perché Dio si ritrae e Gesù stesso torna presso Dio!

Perché Dio continua a ripetere all’uomo: “Io non ti dico cosa devi fare” – “Io ti ho fatto bene” – “Ora fai tu!”.

Lui è talmente libero da essere libero anche dal suo essere Dio: per questo la Bibbia insiste così tanto contro l’idolatria: Dio dice anche di sé “Non idolatratemi”, “Fate voi”.

In gioco infatti non c’è il suo primato (figuratevi se Dio ha il problema del suo primato: lui è sicuro della sua identità, non ha il problema di dover avere qualcuno che lo conferma): siamo noi che di fronte a questa proposta di Dio continuiamo a chiedergli conferme sulla nostra esistenza, perché il brivido di stare in piedi, di stargli di fronte, di essere uomini, di fare noi, di fare bene, ci spaventa e preferiamo rifugiarci nelle sicurezze delle leggi, del tutto stabilito, del ditemi cosa devo fare… Perché di fronte a questa autonomia, a questa libertà (come mostra bene il Grande Inquisitore di Dostoevskij) cerchiamo sempre qualcosa su cui appoggiarci, qualcuno di fronte a cui inchinarci.

Allora, questa Ascensione che abbiamo sempre festeggiato, ma con un fondo di amarezza nel cuore per questo “lasciarci” di Gesù, forse potremmo ricomprenderla come la grande festa della dignità dell’uomo che Dio stesso pone: la dignità di poter essere uomini (non schiavi), amici (non servi), che stanno in piedi (non incurvati)…

Capaci di una responsabilità… che è la custodia di questo mondo (dalla formica ad ogni figlio dell’uomo che nasce… a cui raccontare di un Dio così!).

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