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mercoledì 9 marzo 2016

V Domenica di Quaresima


Dal libro del profeta Isaìa (Is 43,16-21)

Così dice il Signore, che aprì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti, che fece uscire carri e cavalli, esercito ed eroi a un tempo; essi giacciono morti, mai più si rialzeranno, si spensero come un lucignolo, sono estinti: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa. Mi glorificheranno le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi, perché avrò fornito acqua al deserto, fiumi alla steppa, per dissetare il mio popolo, il mio eletto. Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi».

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (Fil 3,8-14)

Fratelli, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti. Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 8,1-11)

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

 

Il testo del vangelo che si legge in questa V Domenica di Quaresima è molto conosciuto. Su di esso molto è stato detto, ad iniziare dalla sua collocazione nel vangelo di Giovanni: esso sembra infatti una pagina stralciata dal vangelo di Luca e poi inserita in un secondo momento nel Quarto Vangelo.

Inoltre sarebbe importante soffermarsi anche sull’ambientazione: a Gerusalemme, in particolare al tempio, dove il caso dell’adultera, narrato da scribi e farisei, è esplicitamente proposto a Gesù «per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo».

Quest’anno però io vorrei concentrare la mia attenzione su di noi: perché, a mio parere, è molto facile per noi sorridere interiormente per l’intelligenza di Gesù e per la strategia vincente che adotta in questa vicenda; e, contemporaneamente, è molto facile compiacersi del felice esito della brutta situazione in cui si era trovata questa donna; più difficile è mettersi nei panni di quelli che la accusavano.

In effetti il brano è costruito in modo tale che il lettore si schieri immediatamente dalla parte di Gesù e della donna. Ma è costruito in quel modo proprio perché parla a persone che invece sono nella posizione degli accusatori. Noi che leggiamo, nella nostra vita, siamo gli accusatori.

Certo, forse a tutti è capitato di essere nei panni della donna, forse a qualcuno è capitato, nella vita, di svolgere il ruolo che, nella vicenda narrata, svolge Gesù: ma, abitualmente, noi siamo nel ruolo degli accusatori.

Chi scrive il testo, allora, lo scrive per tirarci fuori dai nostri soliti panni di accusatori e, portandoci a schierarci con Gesù e la donna, vuole farci vedere gli accusatori con occhi nuovi: gli accusatori sbagliano perché costruiscono una finta folla di giusti, che attacca una donna, ridotta ad adultera: nient’altro di lei è tenuto in considerazione: la sua storia, la ricchezza della sua vita, tutti i suoi anni precedenti e i suoi anni futuri, sono appiattiti su un fatto, l’adulterio. Non è più una donna, con quel nome, con quella famiglia, con quella casa, con quei vestiti, ecc… è solo un’adultera.

Quando accusiamo, anche noi facciamo così. L’altro non esiste più: è solo il suo errore, come ricordava la mamma di uno di quei ragazzi che ogni tanto fanno stragi a scuola negli USA. Era un ragazzo che in 8 minuti aveva sparato a non so quanti compagni e insegnanti. Ebbene, la mamma di questo ragazzo durante un’intervista aveva detto: “Mio figlio non è solo quegli 8 minuti”…

Ecco, il testo del vangelo vuole proprio farci fare questo percorso: farci parteggiare per Gesù e la donna, per mostrarci il meccanismo degli accusatori. E lo fa perché sa che noi abitualmente siamo accusatori. Se non ci conquistasse emotivamente e ci lasciasse nel nostro solito modo di pensare non riuscirebbe a staccarci dal partito degli accusatori e, senza quel distacco, noi non vedremmo il meccanismo che anima gli accusatori del vangelo e quindi non vedremmo il meccanismo che anima noi, accusatori nella vita quotidiana.

Una volta che ci ha emotivamente fatto pendere per Gesù e per la donna, ecco che si è creata la distanza (emotiva) necessaria per essere lucidi sul comportamento degli accusatori. Ora lo possiamo vedere: tanti contro una, tanti che si ritengono giusti contro una di cui si è già deciso che è colpevole, anzi che ormai coincide con la sua colpevolezza: lei non esiste più come persona, esiste solo come peccatrice. Anonimi entrambi: la folla degli accusatori, la peccatrice.

La fotografia della scena e delle dinamiche in atto è stata fatta e ci è stata messa sotto al naso: è la fotografia che ci inchioda. In quella folla ci siamo anche noi. Si vede dalla foto…

Solo che fino ad ora non ci avevano detto che eravamo da quella parte della scena, anzi, con un bel marchingegno, ci avevano fatto parteggiare per Gesù e l’adultera… Così non possiamo nemmeno mettere in atto le solite difese di chi sa di essere un accusato…

Il vangelo ci ha tirato un brutto scherzo, ma era l’unico modo per metterci davanti al naso, senza difese preventive, il nostro modo di vivere la vita, cioè di comportarci, cioè la nostra morale, figlia, come si sa, del nostro rapporto con Dio.

Noi viviamo relazioni in cui ci mischiamo nella folla anonima e diamo addosso a qualcuno di anonimo (riducendolo al suo peccato) perché non ci ricordiamo di che Dio siamo figli: se diventasse davvero parte di noi il fatto di essere tutti figli dello stesso Padre, non potremmo dimenticarci che l’altro – ciascun altro – è nostro fratello, nostra sorella, irriducibile al suo peccato.

Infatti con le persone che riteniamo davvero “nostre” (i figli, gli amici, gli amanti, ecc…) non attuiamo mai quel meccanismo che si vede nel testo evangelico: loro non diventano “nessuno” per noi, perché sono “qualcuno”; e di fronte al male che possono commettere (che magari ci frastorna, ci delude, ci ferisce, ecc…), però non reagiremmo mai mischiandoci ad una folla anonima armata di sassi.

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