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venerdì 4 luglio 2008

Gesù predilige i piccoli, cioè tutti

I 6 versetti del Vangelo di Matteo (Mt 11,25-30), che la liturgia ci propone per questa quattordicesima domenica del tempo ordinario, ad una prima lettura paiono rendere difficile ogni commento: essi infatti rimandano ad una immediatezza, ad una chiarezza e ad una semplicità così penetranti, che l’aggiungere parole rischia solo di complicare ciò che è limpido o sminuire ciò che è pregnante già solo a colpo d’occhio.
Siamo infatti di fronte a uno di quei brani evangelici che interpellano direttamente l’uditore/lettore e lo vanno a prendere là, nel più intimo di lui, dove ha sede la coscienza, quel personalissimo nucleo decisionale, che chiamiamo anche libertà, e che altro non è che lo spazio dove noi siamo di fronte a noi stessi e alla domanda sempre riproposta e che non ammette finzioni del “Chi sono io per me?”.
È in quello spazio lì che si insinua il Signore, con la sua Parola, perché è solo lì che può avvenire il rapportarsi autentico a Lui: tant’è che a quella domanda – “Chi sono io per me?” – è possibile rispondere, dentro alla concertazione di una storia che ci fa e ci disfa (o in cui noi ci facciamo e ci disfiamo), solo perché Lui nel nostro farci e disfarci, tiene ferma la nostra identità e dignità.
E le parole con cui si insinua questa domenica sono lancinanti:
La prima è quel queste cose: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose».
Cosa sono queste cose? E perché ad alcuni sono state nascoste? L’ansia poi sale se nel binomio che segue sapienti-intelligenti / piccoli qualcuno tendenzialmente si sente dalla parte dei sapienti e degli intelligenti... Che cosa mi è stato nascosto?
È interessante quanto cambi la prospettiva (nella lettura di questo testo, come di tutto il Vangelo e di tutta una vita) il punto di vista da cui si guarda: quello dei sapienti-intelligenti o quello dei piccoli.
E però neanche se uno è dalla parte dei piccoli è ipso facto tranquillo: anche a lui resta la domanda sul cosa siano queste cose rivelate... soprattutto se non si è accorto che gliele rivelavano...
Il problema rimane... Una cosa però è certa: va immediatamente frenato l’impulso (che ci viene) di intendere queste cose nascoste/rivelate come una sorta di prontuario per ogni evenienza o di manuale delle istruzioni per la vita. La prospettiva di Gesù non è dottrinalistica: non è che ai piccoli Egli abbia dato una sorta di bigino del catechismo per arrivare prima in paradiso...
La prospettiva è tutt’altra: Gesù sta indicando una logica, un orizzonte di senso, una dinamica.
Lo si capisce chiaramente se ci si fa raggiungere da un’altra domanda che il testo ci lancia: di che genere sono queste cose che i piccoli colgono e i sapienti e gli intelligenti no?
Non possono ovviamente essere di quel genere di cose su cui i sapienti e gli intelligenti hanno un vantaggio indubbio sui piccoli...
E il problema è che immediatamente è difficile trovare qualcosa in cui i piccoli siano più avvantaggiati dei sapienti e degli intelligenti: far soldi? No. Far carriera? No. Conoscere le scienze, le tecniche, la religione? No.
Appunto...
È qui che vuole condurci il testo, ad un’impasse che fa nascere la domanda: ma quale ordine di cose comprendono meglio i piccoli, quale orizzonte colgono meglio dei sapienti?
Che equivale alla domanda da cui siamo partiti: Cosa sono queste cose?
Sono le cose, l’orizzonte di senso, che riguarda il Regno.
Il nostro testo infatti è collocato proprio in una sezione che ha questo per tema: la Bibbia CEI, per fare solo un esempio, titola questa parte del Vangelo “Il mistero del Regno dei cieli”, a partire proprio dal nostro capitolo 11, che si inaugura col bellissimo episodio di Giovanni Battista che dal carcere manda a chiedere a Gesù: «Sei tu quello che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?». Domanda che trova la stupefacente risposta di Gesù, che invece di fargli un trattato teologico, gli mostra appunto i segni della venuta del Regno: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella».
Eccoli i nostri piccoli, ed ecco in che cosa sono esperti (perché ne fanno esperienza): nella dinamica del Regno!
Non si tratta qui di sviscerare cosa questo voglia dire (sono banali e riduttivi i tentativi di contenere la dinamica del Regno compresa meglio dai piccoli in soluzioni quali: i poveri soffrono già qui, gioiranno di là; sono più innocenti e vedono quello che gli altri non vedono... e via dicendo). E, non bisogna sviscerare questa dinamica in soluzioni così riduttive, non per evitare il problema di pronunciarsi, ma perché la dinamica del Regno è un’interpellazione talmente personale, da far esplodere qualsiasi tentativo di orchestrarla in un piano pastorale, in uno schema applicativo o in un progetto di vita.
E di fatti, a ben guardare, Gesù fa sempre incontri personali: mostra il Regno non guarendo di botto tutti i ciechi, ma quel cieco; non raddrizzando le gambe a tutti gli storpi, ma quelle di quel paralitico...
Eppure, rimane una generalizzazione: nella predilezione per i piccoli! È la logica di cui dicevamo prima: loro sono gli esperti del Regno, perché ne fanno esperienza.
Ma c’è un motivo anche per questa generalizzazione (a mio parere)...
Che piccoli lo siamo tutti, sebbene spesso passiamo molto tempo e sprechiamo molte energie per convincere gli altri e auto-convincere noi stessi (cosa impossibile) del contrario.
E che Gesù stesso abbia in qualche modo questa consapevolezza nel parlare dei piccoli lo si vede, oltre che per il fatto che trasuda dal vangelo intero, dalle parole di Gesù che Matteo accosta a quelle appena viste: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò».
Con questa affermazione Gesù pone in relazione i piccoli con coloro che cercano ristoro per le loro anime, che ancora una volta non vuol dire la salvezza dell’anima immortale, nell’aldilà, e bla bla bla... ma la pacificazione di quel nucleo incandescente di noi stessi.
Tutti nella vita infatti sperimentano le dinamiche della piccolezza (che sia d’età, di indigenza, di ignoranza, di fallimento, di malattia, di mortalità...). L’uomo infatti è povero per natura: nasce nudo e muore solo, sempre.
Ma di fronte a questa che parrebbe, o pare effettivamente, una prospettiva disperante, che impedisce qualsiasi risposta dignitosa alla domanda “Chi sono io per me?”, il Signore pone la sua parola: «io vi ristorerò».
Pone la sua predilezione per la piccolezza, che riecheggia subito la semantica della cura. Una cura, che non si riferisce immediatamente all’alto dei cieli o al post mortem, ma al ristoro della nostra interiorità («troverete ristoro per le vostre anime») nel qui e ora, «affaticati e oppressi». Una cura che sola risponde alla domanda “Chi sono io per me?”, fondandone un senso dignitoso e costruttivo: per cui val la pena vivere. E che dunque fonda la vita.
È questa la logica a cui il Signore vorrebbe che acconsentissimo («Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te»): che l’uomo non sciupi la vita (sua e delle sue vittime) a tentare di essere dio, ma che la impegni ad essere uomo; non spaventandosi per la piccolezza e quindi non tentando tanti percorsi ansiosi per mascherarla, ma riconoscendola come il luogo dell’affidamento a un Altro. Un Altro che è fondamento affidabile e per questo garante della mia identità e del senso del mio esser-ci, anche qualora io stesso lo disperdessi.
Infatti, solo perché affidata-fondata su un Altro la mia vita diviene possibile: non più soffocata dall’ansia di salvarsi la pelle nell’aldiqua e l’anima nell’aldilà, ma già nelle mani di un Altro e per cui libera di essere vissuta.
Questo io credo sia la fede: il dar credito al fatto che sia possibile per me esser-ci; ma proprio perché un Altro prima di me è stato uomo così: «imparate da me».
...«che sono mite e umile di cuore»...
E si capisce bene ora come si tratti di mitezza e umiltà non declassabili a virtù da manuale del buon cristiano, ma da considerarsi come frutti di una vita che si misura su questa logica: «Dai loro frutti li riconoscerete».

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