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sabato 2 ottobre 2010

XXVII Domenica del Tempo Ordinario: «Siamo servi inutili»

«Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!” e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?».


Questo il terribile incipit delle letture che la Chiesa ci offre per questa ventisettesima domenica del Tempo Ordinario. Una serie di domande che lascia ammutoliti tanta è la densità della problematica che porta a galla…

Quante volte anche noi, di fronte al male – al male del mondo, al male del nostro mondo – ci ritroviamo con le stesse angosciose (e forse rabbiose) parole: “Perché?”, “Fino a quando?”. Dove la tentazione non è tanto quella (banale) di non credere più a Dio (che pare appunto spettatore muto – indifferente? – delle nostre e altrui sofferenze radicali), quanto piuttosto quella di rinunciare a credere alla sua (e nostra) possibilità di dare senso alla vita, e dunque – di conseguenza – di rinunciare alla Vita stessa… non solo nella forma estrema del suicidio fisico, ma in tutte quelle altre modalità suicide a cui la mancanza di un senso ci induce: la rinuncia all’impegno, lo scoraggiamento (che non a caso santa Teresina, che festeggiamo proprio in questi giorni, diceva già essere peccato, perché contiene in sé il germe dell’infedeltà, cioè della sottrazione di fiducia, di credito dato al Padre), l’avvilimento, la durezza, il cinismo…

È proprio a questo livello che il male fa male: il problema infatti non è tanto (non è solo) il dolore fisico, la sofferenza morale o il dramma esistenziale… a questo livello il problema non è nemmeno la morte (propria o altrui)… ma ciò che tutto questo chiama in causa rispetto al “Cosa siamo qui a fare?”, al senso di tutto ciò per cui impegniamo ogni giorno le nostre energie, le nostre passioni, il nostro tempo, la nostra intelligenza… appunto… è il problema del senso della vita, della sua giustizia. È lì che il male mette il suo pungolo e inizia a rosicchiare la nostra sicurezza, la nostra baldanza, la nostra determinazione, il nostro “andare avanti”… Se si muore, che senso ha vivere? Se la sofferenza dilaga, che senso ha il mio impegno? Se tutto finisce, perché iniziare?
È dentro a questa situazione, fin troppo nota per doverci calcare la mano, che giunge la sorprendente parola profetica – «Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette, perché la si legga speditamente. È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede» – cui fa eco, nella seconda lettura, san Paolo: «Figlio mio, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio […], uno spirito di forza».

A fronte del rapido sgretolamento della nostra consistenza che il male mette in atto, la risposta della Scrittura è l’energica parola di Dio, che chiede che gli si presti fede: «È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà», «Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio […], uno spirito di forza».

Di fronte al crollo della sensatezza cui il male radicale condanna l’uomo (soprattutto l’uomo moderno e post-moderno, quello per il quale il pungolo del dubbio su Dio fa ormai parte del patrimonio genetico), ciò che si sente è una parola forte… è il richiamo di un Altro – dimenticato nell’angosciosa disperazione che avviene nell’uomo tra sé e sé – a una saldezza impossibile da conquistare, ma raggiungibile nella consegna alla Sua parola.

Non si esce dal dramma dell’insensatezza: è impossibile per l’uomo fondare la propria consistenza. Ma nella fiducia alla parola di un Altro (che biblicamente parlando non è mai né una fede cieca, né una richiesta di dimostrazione, ma sempre la rivelazione di una credibilità di fronte alla quale decidersi) sì: lì diventa possibile una fondatezza, una solidità, una fortezza.

Ecco cosa chiedono i discepoli: «Accresci in noi la fede!». Infatti «solo finché è sonnolenta e superficiale ed estranea alle passioni profonde, la fede non ha problemi, non ha crisi, perché fa solo da vernice protettiva ad una dinamica impersonale, fondata su dottrine o valori o convinzioni impermeabili… funzionali all’io. Chi frequenta i sotterranei bui dell’anima propria e altrui, sa che lavora sul baratro tra speranza e disperazione e rischia molto, per sé e per gli altri (come gli infettivologi o i radiologi nel loro mestiere…). E allora, quando si smontano i pezzi delle nostre costruzioni, e vanno in frantumi le torri delle nostre aspettative, fondate sulla sabbia, quando attorno a noi la gente si svuota dentro… allora ci va in angoscia, si arriva al limite del proprio equilibrio - e sgorga la preghiera disperata verso Lui, dal profondo dell’anima, dalle ceneri della nostra fede ormai spenta: (letteralmente) aggiungi fede! perché la nostra ha esaurito le sue possibilità» [Giuliano].

Ma perché proprio a questo punto l’evangelista sceglie di mettere quelle parole sul servo inutile?

Perché, cioè, proprio nel momento in cui ciò che emerge dalla trama della vita dei discepoli è l’esaurimento delle possibilità della propria fede, tanto da chiedere disperatamente di accrescerla, Gesù fa un discorso apparentemente così duro? Sostanzialmente: perché quando i suoi (noi?) hanno bisogno di gratificazione, usa parole ruvide? Perché in un momento di vuoto, cita un esempio stroncante?

Forse perché vede meglio di tutti… o – diremmo noi col linguaggio di oggi – “conosce i suoi polli”…

Il passaggio logico che forse il testo lascia implicito è questo: a fronte del discorso che abbiamo fatto, immaginiamoci il proseguimento della vita di colui che decide di dar credito a quello spirito di forza di cui parla Paolo; immaginiamoci di noi, che dentro alla tentazione dell’insensatezza che il male ci instilla troviamo la consistenza di una Parola a cui af-fidarci… Cosa vediamo?

Certo la rinascita interiore, la luce che penetra negli interstizi delle nostre tenebre, l’ossigeno che torna a dilatare i nostri polmoni… ma insieme anche l’ostentazione della nuova sicurezza, la presunzione di essere finalmente “apposto”, l’irriducibile prerogativa di essere i difensori della verità, la prevaricazione sulla libertà altrui… Dove al centro torniamo ad esserci noi e non Colui che è la Parola affidabile del Padre…

Ecco il perché di quella frase (apparentemente) dura di Gesù: «“Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”»… perché la ri-focalizzazione su ciò che dà senso, su chi è a fondamento della sensatezza della nostra vita è un’operazione sempre da ri-attuare. Noi «siamo servi normali! senza nessun merito. Sembra una espressione dura, che lo schiavo lavori nei campi e con le pecore, e poi torna a casa di corsa e prepara cena per il padrone, lo serve a puntino… e poi finalmente, se gliene avanza il tempo, mangia qualcosa anche lui (gli avanzi). E invece, è normale! chi non ha conosciuto qualche mamma, che allo stesso modo, dopo aver fatto tutto il lavoro e servito da mangiare a tutti … se le domandi: come fai a resistere? ti risponde: Così è una mamma! non ho fatto niente, se non quello che dovevo fare. Così, nella nuova comunità cristiana che il Signore sogna per i suoi discepoli, dovremmo aver imparato a fare tutto “perché siamo di casa”» [Giuliano] e lo siamo “per grazia” (non per merito: e questo dovrebbe generare benevolenza…), così come “di casa” sono tutti coloro a cui l’affidabilità di quella parola non ha ancora convertito la vita e di cui noi – con la tenerezza, che sola rende ragione del messaggio che ha da portare – siamo i servi, perché anche loro non si “suicidino”, ma Vivano.

3 commenti:

maria sole ha detto...

Io non faccio altro che ringraziare il Signore Gesù di poter "gustare" i tuoi commenti. Mi auguro, anzi spero, faccio voti, preghiere, suppliche perchè tanti possono provare la mia gioia interiore nell'avere "QUESTA" possibilità di "accrescere la mia fede" attraverso di te.
Un abbraccio forte, sei nel mio cuore, in quella parte più bella del mio cuore e ti voglio bene.

Denise Cecilia ha detto...

Mi tocca l'accenno finale alla tenerezza, senza la quale si rischia di 'suicidare' definitivamente un pensiero o un'attitudine di benevolenza che già sappiamo deboli. Vale per una persona ben precisa che ho in mente, e vale anche per gli altri verso di me.

Confesso che provo una certa timidezza nel farlo (proprio quella che il vangelo chiede di superare), epperò chiedo a chi leggerà e vorrà di inserirmi per un momento nella sua preghiera.
Ho una visita, domani, che potrebbe modificare sensibilmente il mio futuro; e anche se mi sento in buone mani - quelle del Signore - come mai prima comincio anche a capire il senso dell'avere una comunità alle spalle. Non mi sento più sola, ma se posso sentirmi anche un po' più forte non guasterà, direi.

Un saluto di cuore a tutti quelli fra voi che ho incontrato una sola volta e a tutti quelli che non ho mai nemmeno visto.
Cecilia

chia ha detto...

vedo solo oggi tutti i vostri commenti!
e un pensiero affettuoso e riconoscente per tutti nasce spontaneo

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