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martedì 10 aprile 2012

II Domenica di Pasqua

Le letture che la liturgia ci propone per questa seconda Domenica del Tempo di Pasqua, ci costringono a fare la fatica, per un verso, di rimanere ancorati ai misteri appena celebrati durante la settimana santa e contemporaneamente di alzare lo sguardo verso il proseguimento della vita “ordinaria”. Non a caso il brano di vangelo proposto è come diviso in due parti, delineate da una duplicità temporale, segnalata con due indicazioni cronologiche: «La sera di quel giorno, il primo della settimana» (dunque la domenica della risurrezione) e «Otto giorni dopo», quindi con un lasso di tempo (il primo) che inizia a scandirsi dopo l’evento di Pasqua.

Ma questi due momenti non sono distinti solo cronologicamente, anzi l’indicazione temporale sembra essere posta per segnalare una distinzione ben più radicale e decisiva, quella della caratterizzazione antropologica dei due episodi: mentre infatti gli eventi della domenica di risurrezione (la scoperta del sepolcro vuoto – Gv 20,1-10 – che era il vangelo di Pasqua; l’incontro della Maddalena con Gesù e il suo annuncio ai discepoli – Gv 20,11-18 – tristemente e significativamente omesso dal calendario liturgico nelle domeniche di Pasqua; l’apparizione ai discepoli – Gv 20,19-23 – cioè la prima parte del vangelo di oggi) sono caratterizzati dallo stupore gioioso e commosso per il rincontro e il riconoscimento del Signore risorto («entrò anche l’altro discepolo e vide e credette», Gv 20,8; «Ella si voltò e gli disse in ebraico “Rabbunì!” – che significa: “Maestro!”. […] Maria di Magdala andò ad annunciare ai discepoli: “Ho visto il Signore!”», Gv 20,16; «I discepoli gioirono nel vedere il Signore», Gv 20,20), l’episodio dei giorni seguenti di Tommaso introduce un elemento nuovo: il problema dell’incredulità («Tommaso non era con loro. […] Disse: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo», Gv 20,24-25).

Come si accennava all’inizio, è come se i fatti del giorno di risurrezione – e quindi anche la prima parte del vangelo di questa nostra II Domenica di Pasqua – fossero ancora perfettamente incastonati nella vita terrena di Gesù, nella parabola della rivelazione cristica in senso stretto (l’incontro col risorto farebbe ancora parte della risurrezione; non a caso essa non ci è narrata – nessuno era presente in quel momento – ma testimoniata da chi ha incontrato Gesù vivo dopo la morte), mentre – è come se – i fatti della seconda parte del brano del vangelo proposto dalla liturgia, aprissero già uno squarcio sul “dopo”, sulla fatica della testimonianza, sulla sua credibilità discussa, sul problema dei discepoli della seconda (terza, quarta, millesima…) generazione che non erano lì e non hanno visto…


I due momenti non vanno separati: sarebbe forse più bello – dilaterebbe di più il cuore – concentrarsi solo sulla prima parte del vangelo, richiamando i sentimenti che – si può immaginare – avranno accompagnato i protagonisti delle prime apparizioni:

-        la struggente trepidazione di Maria di Magdala quando trova il sepolcro vuoto… trepidazione caratterizzata più dal timore che le abbiamo tolto anche il corpo morto dell’uomo che amava in modo così speciale, più che dalla speranza che fosse risorto; la sua affannosa corsa per avvisare i suoi fratelli e l’annuncio del “furto del cadavere” con l’angoscia per il non sapere dove l’abbiano posto;

-       l’altrettanto trepida corsa dei discepoli (Pietro e quello che Gesù amava) verso il sepolcro; la vista dei teli, del sudario; il ritorno incerto a casa; e Maria che invece – scrive letteralmente Giovanni – «stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva»… Finché una voce da dietro la chiama, chiedendole il motivo del suo pianto e chi stesse cercando; e in lei, sconfortata dal dolore, come facevano trapelare le sue ultime parole «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto», rinasce come un singulto di vita e di speranza molto concreta ancora legata alla ricerca del corpo morto: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo»; fino alla nuova chiamata «Maria!», stavolta decisiva, stavolta di rinascita, stavolta di ri-esplosione d’amore; e di nuovo la corsa verso i suoi fratelli per annunciare: «Ho visto il Signore!»…

-       ed essi ancora intimoriti dai Giudei, incerti sulle parole della Maddalena e sul sepolcro trovato vuoto, quella stessa sera mentre sono a porte chiuse – immagine che vale sia per l’esterno che per la loro interiorità – si vedono arrivare Gesù, che mostra mani e fianco; e anche per loro la stessa esplosione che per Maria: «gioirono a vedere il Signore»; e nel ricevere l’annuncio di pace e la missione da parte di Gesù…

Dicevamo… percorrere questi testi dilata il cuore, commuove, a tratti fa chiudere la bocca dello stomaco e un attimo dopo ri-esplodere di entusiasmo, consolazione, fiducia… Ma la liturgia ci invita già a fare un pezzettino ulteriore: a guardare a quel Tommaso, che proprio non va snobbato, perché probabilmente più di tutti ci assomiglia (e per certi aspetti c’ha proprio ragione nelle sue obiezioni!), quel Tommaso che quella sera non c’era (e anche questo è piuttosto indicativo…) e che non se la sente di credere a quanto dicono i suoi fratelli e le sue sorelle: probabilmente – il testo non lo dice – crede che siano impazziti per il dolore e la paura o che si siano suggestionati l’un l’altro…

È l’inizio del faticoso cammino dell’annuncio incredibile di Gesù risorto e la Chiesa già solo una settimana dopo Pasqua si scontra con questa resistenza e ci invita a riflettere su questo. Il problema di Tommaso è infatti il nostro, è infatti quello che affiora immediatamente alle labbra quando usciti dal clima coinvolgente delle celebrazioni ci si ritrova a riprendere in mano la vita di sempre, le fatiche, le gioie, i dolori, la morte: Sarà davvero risorto? Non è che se lo sono immaginato? Non è che suggestionati dalle parole di una donna, da un sepolcro vuoto e dal bisogno comune di conferme si siano più o meno coscientemente inventati una storia? E i dubbi sono tanto più radicali, quanto più abbiamo percepito durante la settimana scorsa che la posta in gioco era alta: qui si tratta del senso della nostra vita; se siamo destinati a tornare in polvere e a rimanerci per l’eternità o se c’è un’eternizzazione, una custodia, un preservazione di ciò che siamo, di quanto abbiamo sudato, pregato, amato, pianto, condiviso… E non è una questione che la Chiesa vuole trattare con leggerezza: il dubbio di Tommaso, così come il nostro, non possono essere banalizzati o liquidati come figli di una fede infantile, ancora poco matura, non veramente radicale… In gioco c’è la verità di noi, della nostra vita, del senso delle cose: in gioco c’è ciò che sopra a tutto il resto sa chiudere nell’angoscia le nostre notti, ci fa contorcere di paura nella solitudine, ci fa alzare apatici, vivere da scoraggiati o da affamati – mai sazi – di qualcosa che riempia il vuoto che ci sentiamo intorno e addosso e dentro… c’è in gioco la morte e la vita.

Per questo è immediatamente proposto il brano di Tommaso, perché tutti – dopo le feste – torniamo a quel suo stesso dubbio, a quella sua stessa trepidazione, a quella sua stessa s-fiducia… e ad essa dobbiamo dare una risposta: non tanto in termini intellettuali, avvallando argomentazioni pro e contro la possibilità di questo evento incredibile della vittoria di uno sulla morte, quanto piuttosto in termini esistenziali, di decisione di sé e per sé. La questione potrebbe essere posta in questi termini: di fronte al mistero celebrato a Pasqua, alla vittoria di Gesù sulla morte e alla promessa di una sensatezza – che rimane – anche per la nostra vita, e di fronte al ritorno alla vita ordinaria, al lavoro, ai problemi, alle situazioni che non sembrano certo essere cambiate, a un mondo che continua a parlare di morte, a una società che non solo non crede più nell’aldilà, ma neanche nella vita nell’aldiqua, a una chiesa che spesso sembra aver dimenticato il vangelo, di fronte a tutto questo… diamo credito a quel libro in cui sono stati scritti quei segni proprio perché noi credessimo che Gesù è il Cristo il Figlio di Dio e perché, credendo, avessimo la vita nel suo nome?

In altre parole: non ci è chiesto tanto di formulare la domanda piuttosto estrinseca se crediamo che uno possa risorgere da morte e se pensiamo – guardando a questo mondo – che possa dirsi un mondo salvato… piuttosto ci è chiesto se la storia di quell’uomo che abbiamo iniziato a sentire in Avvento e che ci ha portati fino alla sua morte e all’annuncio della sua risurrezione sia credibile o meno (credibile nel senso di giocarci la vita). Se cioè è credibile che l’unica vera vita che valga la pena di essere vissuta, l’unica vita che possa dirsi Vita (nell’aldiqua e nell’aldilà), sia quella di chi sposa la logica gesuana dell’amore fino alla morte; e ciascuno credo sappia cosa vuol dire declinato in termini quotidiani, contingenti, inevitabilmente personalissimi…

Da Tommaso Gesù si fa vedere e si fa toccare, eppure conclude dicendo «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Beati dunque noi? Noi che invece vorremmo così tanto vedere, toccare, avere risposte, conferme, certezze… Eppure Gesù sembra gioire di questa nostra condizione di discepoli di “otto giorni dopo”… se non altro sta indicando come possibile una fede che a volte a noi sembra invece impossibile… addirittura la indica come privilegiata…

Forse che ha intuito, molto prima e molto meglio di noi, che la struttura antropologica è fondamentalmente e necessariamente lo sbilanciarsi verso un affidamento, verso una promessa, verso un credito concesso? Nessuna prova, nessuna matematica, nessuna dimostrazione è capace di muovere il cuore di un uomo alla dedizione di una vita: nessun segno, nessun vedere, nessun toccare affranca dal doversi af-fidare… Ecco perché di fronte alla morte e risurrezione di Gesù non ci si può porre con i criteri della ragione scientifica che pretende di misurare la dimostrabilità della risurrezione, né con l’asetticità di chi vuole un sì o un no come risposta alla domanda “Può uno risorgere dai morti?”… La questione è se è un Dio affidabile quello che si è rivelato in quella storia concreta, in quella libertà incarnata che è stata suo figlio Gesù: se quella sua proposta di vita d’amore è credibile e percorribile (e chi l’ha sperimentata, cioè chi c’ha creduto – prima di vedere! – e s’è messo a viverla ci testimonia di sì!) oppure no…

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