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mercoledì 15 aprile 2015

III Domenica di Pasqua


Dagli Atti degli Apostoli (At 3,13-15.17-19)

In quei giorni, Pietro disse al popolo: «Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino. Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni. Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi. Ma Dio ha così compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire. Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati».

 

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 2,1-5)

Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo. Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto.

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 24,35-48)

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

 

Ancora un testo che ci parla di un’apparizione del risorto.

Tornano i temi classici legati a questi discorsi: il saluto di Gesù «Pace a voi!»; la reazione di paura, stupore e non riconoscimento da parte dei suoi (che “serve” agli evangelisti per farci sapere che Gesù risorto non era semplicemente tornato in vita come Lazzaro, ma era entrato in una condizione nuova, che lo rendeva quasi irriconoscibile); il farsi riconoscere di Gesù attraverso i segni della passione e attraverso parole e gesti in continuità con quelli che aveva usato da vivo (continuità che gli evangelisti mostrano per farci capire che colui che i discepoli incontrano, seppur in una condizione nuova, è sempre lo stesso Gesù).

Proprio su questa continuità si concentra in particolare questo racconto di apparizione. Infatti l’evangelista Luca fa dire a Gesù: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi».

È Gesù stesso, dunque, in questo brano a porre quasi un ponte tra ciò che diceva da vivo e ciò che gli è poi effettivamente capitato e che lo fa essere ora lì presente, risorto, davanti a loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

È su questa frase conclusiva che vorrei oggi soffermarmi un po’. Perché, mentre il v. 46 («Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno») non aggiunge nulla di nuovo al mistero della Pasqua, i versetti seguenti, se letti con attenzione, nascondono qualche sorpresa.

Innanzitutto il v. 47: «e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme». La sorpresa riguarda proprio il fatto che, mentre noi siamo abituati a dire che la vita di Gesù si conclude con la sua passione-morte-risurrezione, qui c’è qualcosa di più. Cioè fa parte dell’evento di rivelazione di Dio, in Gesù, non solo la parabola storica della vita di Gesù, ma anche l’annuncio che di essa viene fatto dai suoi.

Non a caso il v. 48 dice: «Di questo voi siete testimoni». Voi siete testimoni non solo del fatto che Gesù ha patito ed è risorto il terzo giorno, ma che nel suo nome ciò che va predicato a tutti i popoli è la conversione e il perdono dei peccati.

Gli apostoli sono “apostoli” (= inviati) per questo: sono “mandati” ad annunciare a tutto il mondo la vita, la morte, la risurrezione di Gesù e la conversione e il perdono dei peccati.

Attenzione: non ad annunciare la vita-morte-risurrezione di Gesù, poi a minacciare per la conversione, e infine – per i convertiti – tornare ad annunciare il perdono dei peccati.

Ma ad annunciare la vita-morte-risurrezione di Gesù, la conversione e il perdono dei peccati.

«Di questo siete testimoni»: del fatto che la vita-morte-risurrezione di Gesù testimonia di un Dio che ama i suoi figli sempre (anche quelli non convertiti: non a caso nel vangelo di Luca Gesù prima di morire dice: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno», Lc 23,34; e non a caso sono di Luca le parabole della misericordia, dove il perdono è dato prima del pentimento). È questo amore “preventivo” e comunque avvolgente che permette di cambiare, che permette la “conversione”. Siamo infatti nei versetti immediatamente seguenti il racconto di Emmaus, dove, i due discepoli, che se ne erano andati via da Gerusalemme per paura e per mancanza di fede, si convertono (cioè cambiano strada, tornando a Gerusalemme), non perché si sono pentiti e allora Dio li ha perdonati, ma perché – avvicinati da Gesù – tornano a sentire il cuore che arde: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc 24,32).

Mi soffermo su questo passaggio, perché – benché nella Chiesa se ne parli da tantissimo tempo – non è un dato ancora acquisito e accettato e forse nemmeno conosciuto da tutti i cristiani; lo schema 1 va sostituito con il 2.

 

Schema 1

amore di Dio / peccato / perdita dell’amore di Dio / conversione / perdono / amore di Dio

 

Schema 2

amore di Dio / peccato / amore di Dio - perdono / conversione (?) / amore di Dio

 

Da questo punto di vista il testo di oggi potrebbe trarci in inganno perché antepone “conversione” a “perdono dei peccati”: «e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati». Ma – dato che in tutto il suo vangelo (e ne abbiamo mostrato diversi esempi) Luca non pone conversione-perdono in una scansione temporale / causale (prima la conversione, poi / quindi il perdono) – possiamo intendere la successione dei termini del v. 47 non in senso temporale-causale.

Anche perché noi sentiamo stringente la successione conversione-perdono perché ce l’hanno sempre proposta in termini temporali-causali, perciò invertendoli, sentiamo quasi di dire un’eresia, mentre per i primi cristiani – come si evince chiaramente dal testo di Luca – questa “inflessibilità” era del tutto assente, tant’è che la pecorella smarrita come i discepoli di Emmaus vengono cercati (amati) senza essersi convertiti!

Se non ci fosse questo problema del sentirci “diversi dalla tradizione che ci hanno insegnato” e quindi “paurosi di dire un’eresia”, ci accorgeremmo – anche dalla nostra sola esperienza umana – che non può che essere così: una persona cambia davvero (idea, scelte, prospettive, fede, ecc…) non quando è “sotto minaccia”, ma quando l’amore, l’accoglienza, la benevolenza, la pazienza lo accompagnano quotidianamente (pensate ai bambini…); o viceversa, qualcuno cambia davvero perché segnato in negativo.

Ma ciò di cui gli apostoli e poi ciascuno di noi siamo testimoni non è qualcosa di negativo (non è un dio sterminatore che ci costringe a cambiare per paura), ma è che l’amore di Dio per ciascuna persona, visibilizzatosi nella vita-morte-risurrezione di Gesù, è più forte di ogni nostro male, per questo perdona e abilita anche noi ad una vita nuova.

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