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lunedì 27 aprile 2015

V Domenica di Pasqua


Dagli Atti degli Apostoli (At 9,26-31)
In quei giorni, Saulo, venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo. Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo. Quando vennero a saperlo, i fratelli lo condussero a Cesarèa e lo fecero partire per Tarso. La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero.
 
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 3,18-24)
Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito. Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,1-8)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».
 
Il vangelo di questa V domenica di Pasqua è un vangelo assai noto. L’immagine della vite e dei tralci ci è infatti stata insegnata fin da bambini e diventa difficile commentarla: sia perché, appunto, è arciconosciuta, sia anche perché nella sua immediatezza è già chiara da sé.
Eppure… mi pare di intravvedere un rischio, che è quello di risultare più attenti alle sorti del tralcio che non porta frutto e viene tagliato e bruciato. Io non so perché ci capita (se è questione psicologica, se è perché nella nostra formazione hanno sottolineato la paura dell’inferno, o la minaccia come modalità per “farci fare il bene”, o altro), fatto sta che non appena leggiamo «Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano» immediatamente un brivido di paura ci corre per la colonna vertebrale. Sarà la paura dell’inferno che ci hanno istillato secoli di certa predicazione? Forse… ma io credo che più radicalmente ci sia la paura (sottostante a quella dell’inferno) che il volto di Dio sia questo: buono con chi porta frutto, duro e punitivo con chi non lo porta. In discussione, dietro alle nostre paure, come mi capita di ripetere spesso, c’è il vero volto di Dio. È lui che ci fa paura, non l’inferno o cose simili. È lui che ci fa paura. E di cosa si ha paura? Di chi non si conosce o di chi ci può fare del male (tenendo conto che i mali più grossi non sono quelli di chi ci odia, ma di chi ci ama e ci tradisce o ci abbandona o ci ferisce).
Il punto è dunque questo: la nostra paura – che fra tutti i versetti del vangelo ci fa concentrare su quello del tralcio che si dissecca – viene dalla nostra poca conoscenza di Dio (e dunque dalla diffidenza nei suoi confronti) e dal timore che ci possa tradire, abbandonare, ferire (non amare più).
I due ordini di paura (poca conoscenza / effimero amore) sono correlati: conoscere la rivelazione di Dio, Gesù, vuol dire infatti incontrare il Dio affidabile nell’amore; ma noi ci spacchiamo sempre troppo poco la testa e il cuore sul suo vangelo e lo conosciamo sempre solo un po’ per sentito dire. È lì che si apre lo spazio per la diffidenza sulla sua affidabilità.
In realtà, se guardiamo anche al testo di oggi, il tralcio che non porta frutto non è il centro del discorso. Esso è segnalato solo per far emergere, per contrapposizione (come settimana scorsa il mercenario in confronto al pastore), la bellezza del rimanere in Gesù (termine che tornerà anche settimana prossima: «rimanete nel mio amore»).
Con questa immagine della vite e dei tralci Gesù vuole convincerci della bellezza del rimanere nel suo amore, della vitalità, dell’esplosione di colori che essa produce, come la nostra primavera ci sta mostrando.
Tutta la sua vita è stata spesa per questo convincimento, per renderci persuasi che solo l’amore ci fa fiorire, mentre la paura, la diffidenza, la chiusura disseccano la nostra vitalità.
Noi invece abbiamo costruito una religiosità in cui l’appartenenza è figlia della paura dell’eventuale ritorsione altrui. E così abbiamo costruito anche le nostre relazioni tra di noi. Per questo ci dissecchiamo.
La fede invece è proprio questo sbilanciamento dalla paura al credere, dalla diffidenza alla fiducia, dalla chiusura all’apertura, dal seccare al fiorire.
Certo, resta da chiedersi concretamente in cosa consista questo “rimanere”. Ma nel provare a tradurre in vita quotidiana questo stare attaccati alla vite non possiamo abbandonare questa prima conquista: che rimanere in lui sia per la vita. Altrimenti reintrodurremmo concretezze mortifere (sacrifici, rinunce, mortificazioni, ecc…). Ripensare la nostra vita di tralci con categorie figlie della paura vorrebbe dire ritornare all’errore originario.
Bisogna allora che inventiamo linguaggi nuovi, forme inedite, gesti inusuali per dire la vitalità di una vita che ha per linfa l’amore di Dio e degli uomini, senza farci immediatamente bloccare da certe impalcature morali che – nate per essere segni di vita e di amore – rischiano, se fatte girare a vuoto e omologate a qualsiasi situazione, di ottenere l’effetto opposto, cioè di essere tombe dell’amore e della vita.
È il percorso di una vita, ma va affrontato senza paura.

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