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venerdì 18 settembre 2009

La coscienza credente dell'uomo

Le letture che la Chiesa ci propone per questa venticinquesima domenica del tempo ordinario, sono davvero lucide nel descrivere il “funzionamento” dell’animo umano e – sebbene ognuna proceda col suo linguaggio e il suo contesto – tutte e tre paiono andare nella direzione del dis-velamento della dis-umanità in cui esso cade quando segue la logica del “mettere alla prova la Vita”, piuttosto che quella dell’affidarvisi.
In questo senso, estremamente chiaro è il brano tratto dal libro della Sapienza, soprattutto se si fa lo sforzo di leggere anche quanto lo precede, e cioè Sap 1,1-2,16: lì infatti il porsi nella vita nell’orizzonte del metterla alla prova è addirittura esplicitato («Amate la giustizia, voi giudici della terra, pensate al Signore con bontà d’animo e cercatelo con cuore semplice. Egli infatti si fa trovare da quelli che non lo mettono alla prova, e si manifesta a quelli che non diffidano da lui», Sap 1,1-2) e stigmatizzato come empio.
Il perché di questo giudizio lo si coglie proprio nel parallelismo di Sap 1,2, quando il “mettere alla prova” è correlato al “diffidare”: e infatti la matrice mortifera (nel senso letterale di “portatrice di morte”) del mettere alla prova, consiste precisamente nel fatto che essa va a minare la struttura fiduciale dell’uomo; chi infatti mette alla prova, è precisamente colui che non si fida.
Ma di chi non ci si fida? E perché non ci si fida?

Stando al testo della Sapienza, è Dio colui che non deve essere messo alla prova, colui di cui ci si deve fidare; ma provando ad allargare per un attimo l’orizzonte – e constatando che l’uomo è strutturalmente fondato sul fidarsi-non fidarsi, prima ancora che sul sapere-non sapere, o sul potere-non potere – si potrebbe dire che l’“oggetto” della fiducia è la Vita stessa, è la qualità della nostra struttura originaria, riguarda il nostro modo di essere al mondo.
Per noi uomini del XX-XXI secolo è forse difficile pensare che la struttura originaria del nostro essere sia una struttura fiduciale, credente, prima che sapiente o potente, eppure se provassimo a soffermarci anche solo per un attimo sulle forme pratiche dell’agire – se cioè per un attimo ci fermassimo a pensare a ciò che abitualmente mettiamo in campo nel nostro vivere più usuale – ci accorgeremmo che la prospettiva non è così strampalata.
Tutto ciò che facciamo infatti – anche il sapere e il potere – in realtà implicano sempre una previa determinazione della libertà: il nostro vivere è sempre un acconsentire o meno alla realtà che ci viene incontro. In questo im-battersi infatti emerge la caratura promettente di ciò che ci si fa prossimo e per il quale decidiamo di sbilanciarci: appunto di conoscerlo (sapere riflesso) o di viverlo (poter fare); e – come si diceva – in questo sbilanciamento c’è sempre un decidere di sé, un moto della libertà, un consenso da dare, una fiducia da giocare, un dar credito, un credere.
Ecco perché il problema del “mettere alla prova” non riguarda solo e immediatamente il Dio di una particolare confessione religiosa, bensì ogni uomo che viene al mondo, che si inserisce (o meglio: che viene inserito) nella Vita. Il “mettere alla prova”, il “non fidarsi” della caratura promettente in essa inscritta, diventa infatti – non solo religiosamente, ma anche – esistenzialmente mortifera.
Non si può vivere non dando credito. Questo rivela il nostro agire quotidiano: da quando siamo “cuccioli d’uomo” e siamo completamente affidati alle mani di altri, pena la morte, a quando ci innamoriamo e – senza magari conoscere l’amato – ci giochiamo con lui perché abbiamo dato credito (fiducia) a ciò che il quel rapporto ci sembrava promettente, fino alla morte, che – come scrive C.Molari – ci chiederà di fidarci talmente della vita da saperla perdere per ritrovarla.
Ma al di là di questi casi emblematici, tutta la vita “funziona” così, noi “funzioniamo” così: un continuo decidere di noi stessi (un continuo decidere chi essere) fondato nella fede data a ciò che si è ritenuto affidabile.
Per questo risultano sempre un po’ ingenue le obiezioni mosse alla fede religiosamente connotata per il suo carattere di credito – e dunque di non certezza – che implica: infatti si può parlare di fede antropologica come struttura fondante non solo la religiosità dell’uomo, ma più radicalmente l’umanità dell’uomo: l’uomo (e non solo l’uomo religioso) è coscienza credente!
Ecco perché smentire la fede nella Vita, il credito da darle, l’affidamento attraverso cui consegnarsi ad essa, non è solo un problema morale: è giusto / non è giusto, è bene / non è bene fidarsi ed af-fiadarsi alla Vita, ma molto più radicalmente: o della Vita ci si fida (o – che è lo stesso – alla Vita ci si affida) o semplicemente non si è, non si vive, si muore.
Banalmente se una persona non si fida dell’autista che guida il pullman che lo porta al lavoro, del vigile che governa il traffico per evitare incidenti, del postino che recapiterà la nostra posta, del benzinaio che ci mette il carburante, ecc… ecc… ecc… semplicemente rinuncia a vivere. Ogni nostro piccolo gesto, ogni nostra scelta, ogni nostro decidere di noi stessi, dipende da una fiducia da dare ad altri.
Ecco perché non c’è niente di più morti-ficante del tradimento: del tradimento di chi ci ama, del tradimento di chi ha costruito le case d’Abruzzo, del tradimento di un genitore che mette al mondo e poi abbandona… perché ciò che lì viene messo radicalmente in discussione non è tanto o solo l’affidabilità dei singoli traditori, quanto piuttosto l’affidabilità della Vita.
Da lì nasce la s-fiducia… da lì arriva il mettere alla prova… esso è sempre figlio della paura, della paura di essere feriti, traditi, mis-conosciuti; radicalmente il mettere alla prova è figlio della paura di morire, di rimetterci, di “rimanere – esistenzialmente – fregati”.
È sempre lo sfondo della prima lettura a mostrare con chiarezza questo legame della paura della morte con lo stravolgimento della nostra struttura “naturale” (che è l’affidarsi) e il suo tramutamento nel mettere alla prova. Il capitolo 2 del libro della Sapienza inizia infatti nel modo seguente: «Dicono [gli empi] fra loro sragionando: “La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio quando l’uomo muore, e non si conosce nessuno che liberi dal regno dei morti. Siamo nati per caso e dopo saremo come non fossimo stati: è un fumo il soffio delle nostre narici, il pensiero è una scintilla nel palpito del nostro cuore, spenta la quale, il corpo diventerà cenere e lo spirito svanirà come aria sottile. […] Venite dunque e gustiamo dei beni presenti. […] Lasciamo dappertutto i segni del nostro piacere, perché questo ci spetta, questa è la nostra parte. Spadroneggiamo sul giusto, che è povero, non risparmiamo le vedove, né abbiamo rispetto per la canizie di un vecchio attempato».
E qui si vede anche esplicitamente perché il mettere alla prova sia chiamato empio dai testi biblici e mortifero da noi: perché il modo di porsi nella vita tenendo sempre sotto verifica gli altri, la realtà, il Signore, piuttosto che affidarvicisi, blocca la possibilità dell’incontro vero, intimo, profondo. È come se ci si tenesse sempre sulla soglia o con l’uscita di sicurezza, mai pronti e mai disposti a darci completamente, a spenderci generosamente, ad affidarci totalmente.
Ma questa vita col freno a mano tirato per paura, è Vita? Corrisponde davvero a ciò che il sangue che ci scorre nelle vene continuamente invoca come compimento, come idealità, come passione?
Senza contare poi le conseguenze mortifere che questa logica ha anche ad extra. Lo anticipava già il testo della Sapienza («Spadroneggiamo sul giusto, che è povero, non risparmiamo le vedove, né abbiamo rispetto per la canizie di un vecchio attempato»), ma lo espone con altrettanta lucidità Giacomo: «dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni». La gelosia e lo spirito di contesa indicano infatti la necessità di volersi/doversi salvare la vita per chi non ha fiducia in essa. E il volersi/doversi salvare la vita, implica necessariamente l’entrare in conflitto con gli altri, che inevitabilmente ai nostri occhi diventano rivali, concorrenti, nemici.
«Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera»: è la pacificazione di chi ha la vita “al sicuro”, perché affidata alle mani altrui, alle mani di un Altro.
È la stessa tematica che attraversa anche il vangelo. Ai discepoli che all’annuncio della passione e morte di Gesù, reagiscono domandandosi chi tra di loro fosse più grande, Egli mostra precisamente questa dinamica: «Se uno vuole essere il primo», se uno cioè vive di quegli atteggiamenti di cui diceva Giacomo (gelosia, spirito di contesa), è perché sta assecondando il suo istinto di sopravvivenza, il suo bisogno di salvarsi la vita, di essere primo (sugli altri, ovviamente), sentendo inevitabilmente come un qualcosa di tolto a lui il bene che capita ad un altro, come amore tolto a lui quello dato ad un altro…
Ma questa logica arriva e finisce alla tomba: «l’uomo non può riscattare se stesso né pagare a Dio il proprio prezzo. Troppo caro sarebbe il riscatto di una vita: non sarà mai sufficiente per vivere senza fine e non vedere la fossa. Vedrai infatti morire i sapienti; periranno insieme lo stolto e l’insensato e lasceranno ad altri le loro ricchezze», dice il Salmo 49 (48).
Gesù invece propone la logica della vita consegnata («Se uno vuole essere il primo , sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti»), l’unica che rimane, perché messa nelle mani altrui.
Questa è la fede in Dio, questa è la fiducia nella Vita. Questa è tutta la proposta di Gesù: mettere la vita nelle mani di un Dio che è Padre e – proprio per questo – viverla senza l’ansia di salvarsela, senza il bisogno di fare degli altri dei nemici… ma appunto col solo unico scopo di Viverla, cioè di farne una dedizione d’amore per i fratelli.
Ma propriamente questo è il problema di tutta la vita, per ciascun uomo, sicuramente per ciascun cristiano: vivere di un affidamento. Ed è il problema di tutta la vita perché continuamente risorge in noi la paura, il dubbio, il volerci preservare uno spazio nostro (non dato), un’uscita di sicurezza… Ed è un risorgere molto subdolo, che si presenta sotto forme infingarde, che facciamo fatica a vedere, a lasciar parlare (per pudore o vergogna), ad affidare (anch’esse) al Signore.
E questo capita perché – che ci piaccia o no – “siamo stati costruiti così”, con l’inevitabile istinto di salvarci la pelle e sopravvivere. Se non avessimo questo non saremmo nemmeno cresciuti, non saremmo – appunto – sopravvissuti.
Il problema non è dunque tanto il chiederci perché Dio ci abbia costruiti così o se poteva costruirci meglio (se non avesse introdotto in noi e nel mondo che ci circonda l’istinto di sopravvivenza, saremmo morti appena nati, quando la fame non ci avrebbe costretto all’urlo sdentato dei neonati, ma ci avrebbe condotto inconsapevoli a morire di stenti), quanto piuttosto il riconoscere che in questa struttura progettata per sopravvivere (anch’essa struttura fiduciale, coscienza credente, solo che autoreferenziale), Egli ha inserito un principio di libertà inaudito: a noi e solo a noi in tutto il creato ha fatto l’affascinante e terribile proposta di passare dalla sopravvivenza alla Vita, dal mettere alla prova alla fede, dalla paura all’amore… solo fidandoci…

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