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martedì 12 aprile 2011

Non basta dire: «Carmelo, Carmelo!»


«Esci fuori!»
Un commento “interessato” – con un occhio alle letture di ieri e alla storia di oggi – all’articolo di Barbara Spinelli pubblicato qui sotto.
Il coraggio della profezia oggi diventa urgente a tutti i livelli.
Il suo pensiero, certamente forte e ardito, oltre che intelligentemente lucido e vero, è spesso quanto manca oggi alla nostra Chiesa. Se di profeti abbiamo bisogno, lei è certamente da annoverare tra questi. Questo è il mio parere.

Mio parere è anche – lo ribadisco qui – che dobbiamo ripensare la “vita consacrata” e la Chiesa stessa… Le soluzioni fin qui proposte per rispondere a un disagio di una vita ecclesiale e religiosa che non dà più risposte alla vita, si limitano – al di là delle intenzioni – a una “riorganizzazione” della struttura, non a una “pensata” rimessa in discussione della stessa.

La storia è in cammino, lo stesso cammino contorto di migliaia, milioni di persone che cercano disperatamente una via di uscita alla propria dignità oppressa di uomini e donne. Lo stesso cammino che cinquemila anni fa il Dio di Israele ha indicato all’umanità intera.
Questo movimento di popoli è il movimento stesso della storia: Non è possibile che questo accada senza che le millenarie strutture della Chiesa, popolo di Dio, non si mettano in movimento col suo “popolo che cammina”. Se non accadesse questo, avremmo – come già abbiamo – un “popolo in gabbia”, mortificato, pietrificato, dalla sua stessa sacrale strutturazione. Tutto il contrario dell’Esodo.

B. Spinelli osa proporre in ambito politico un “ripensamento (anche) della democrazia”. In ambito ecclesiale non può non riproporsi una “rifondazione” della stessa Chiesa e delle relazioni tra le sue componenti, laiche, religiose, magisteriali. Rifondazione che non può non coinvolgere tutti gli ambiti del pensare e agire teologico e spirituale e pastorale. Le parole stesse domandano di essere rifondate da un nuovo contenuto semantico.

Se la parola “rifondazione” non piace, lo si chiami come si vuole, ma il cambiamento radicale si impone urgente alla Chiesa: Questo è già accaduto nel passato, perché si ha paura di farlo riaccadere oggi? Certo è che “aggiornare” non basta più (S. Cannistrà).

Non di può oggi – per stare in casa propria – essere carmelitani/e come ai tempi di Santa Teresa d’Avila, come non si può oggi pregare come ieri… Troppe cose sono cambiate nel mondo. Lei osò cogliere il cambiamento, cambiando… noi la tradiremmo se non osassimo altrettanto.

Inadeguata è la risposta dei vari ordini religiosi alla crisi istituzionale degli stessi, perché si limita a una ristrutturazione geografica, sperando poi in una rivitalizzazione generale. Lo stesso errore si sta facendo con la ristrutturazione formale delle parrocchie. L’una non esclude l’altra ma la riorganizzazione della vita deve partire da una messa in discussione della vita stessa, deve partire da un ripensamento radicale dell’essere cristiani e religiosi oggi. E non il contrario come sta generalmente accadendo. In altre parole dobbiamo domandarci “che qualità di vita (religiosa, cristiana…) stiamo (ri)organizzando”? Se la vita è morta, non c’è riorganizzazione che le ridia vita! In qualunque posizione e luogo mettiate un cadavere, cadavere resta! E ancor meno basta raccoglierne i pezzi per farne un corpo vivo.

Occorre al contrario, sciogliergli le bende perché riprenda il movimento della vita.
Diceva don Giussani, a un ritiro a cui partecipai vent’anni fa, “la Chiesa è movimento, se non è movimento, non è Chiesa”. E già allora vedeva lungo: “le parrocchie stanno morendo perché han cessato di essere in movimento”. E penso che ciò che lui disse allora valga ancora oggi anche per la “vita consacrata” in generale. Occorre “slegarla” da lacci e laccetti (non solo canonici) che le impediscono di vivere… E non soffocarla ulteriormente in mega strutture ancor più vincolanti: Faremmo la fine dei dinosauri (T. Radcliffe).

Questo domanda una riflessione seria che vada oltre i luoghi comuni sul legame tra numero di religiosi in un convento e la qualità della sua vita. Tra l’età dei religiosi e la qualità di vita di un convento, di una provincia, di un ordine… La vita non è questione di quantità e non è questione di età (Gesù a Nicodemo). La vita è questione di rapporto. E di qualità di rapporto. E se questo rapporto non c’è, non c’è numero e età che tengano. I conventi non stan morendo perché l’età media dei religiosi sta aumentando, ma i conventi stanno invecchiando perché la vita ha smesso di essere vitale. E la vita ha smesso di affascinare perché ha smesso di camminare e ha preferito rinchiudersi in un “buco” protettivo e autoreferenziale.

Questo cammino nella storia lo esige l’Incarnazione stessa, senza la quale non esisterebbe cristianesimo e non esisterebbe Chiesa, perché non esisterebbe la Pasqua. Ora invece la Pasqua esiste e questo dà ragione dell’Incarnazione e della Chiesa. Il problema non è dunque se accettiamo o meno di cambiare, perché questo cambiamento avverrà comunque, perché lo Spirito di Dio susciterà per amore dell’umanità questo cambiamento. Il problema è semmai se noi vogliamo partecipare a questa festa di liberazione o preferiremo restare “dentro” alle nostre tristi sicurezze.

Il problema non è la vita della Chiesa che Dio sa condurre in Terre sempre nuove, il problema è se io in quanto uomo, in quanto “Carmelo”, accetterò di entrarvi vivo.

2 commenti:

maria sole ha detto...

Come ritrovo tutto il mio pensare in quanto hai enunciato...... Ed allora?
Allora siamo noi il sale, siamo noi lo zucchero, siamo noi il lievito, siamo noi il nuovo che abbiamo il coraggio di esserci con il vangelo nel cuore, nella mente, nella bocca e "coraggio, non temere, sono qui vicino a te, a voi tutti"
la strada è faticosa, la porta è stretta ma noi ci dobbiamno essere. Chi siamo? Sto cercando la mia strada e .... voi?

greg50 ha detto...

GRANDE MARIO! Sottoscrivo tutto, anche la focolarina Antonietta!! Scrivi quello che in molti pensano nel"popolo di Dio", anche le persone che meno ti aspetti. Quindi c' grande spazio in questa chiesa anchilosata, ma bisogan avere coraggio, ciascuno di noi e poi assieme.
Un saluto affetuuoso e riconoscente! Greg50

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