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mercoledì 27 aprile 2011

II Domenica di Pasqua: La fatica di credere è la fatica di affidarsi

Dopo le celebrazioni del Triduo pasquale, culminate nella veglia di Sabato e nella messa solenne di Domenica, e dopo gli otto giorni in cui la Chiesa ha “dilatato” – come fosse un unico lungo giorno – la celebrazione della Risurrezione del Signore, Domenica veniamo introdotti “a tutti gli effetti” nel cosiddetto “Tempo di Pasqua”, un tempo forte in cui l’invito è quello di andare a ripercorrere e assimilare – pian piano – il mistero esplosivo condensatosi la Domenica di Pasqua.


Non a caso il vangelo che ci viene proposto riguarda l’apparizione di Gesù risorto ai suoi, avvenuta proprio «la sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei».

Siccome ogni anno la Chiesa – indipendentemente dal fatto che si tratti dell’anno liturgico A,B o C – nella seconda domenica di Pasqua, ci propone questo vangelo, dopo aver buttato giù qualche appunto, sono andata a rileggermi quanto negli anni scorsi avevo scritto in proposito. L’intento era duplice: cercare qualche spunto e contemporaneamente evitare di ripetermi…

Purtroppo o per fortuna, mi sono accorta che – tranne qualche eccezione – ciò che in maniera piuttosto costante tornava come idea guida era la stessa che avevo abbozzato nelle mie annotazioni previe, e cioè il fatto che – immediatamente dopo Pasqua – la Chiesa ci invita a leggere un testo evangelico che, nel suo svolgersi, ci sposta dalla domenica della Risurrezione… e ci colloca otto giorni più in là (gli stessi che – non a caso – son passati per noi dalla celebrazione della Pasqua).

Se infatti il testo inizia con una prima apparizione ai discepoli la sera stessa della Risurrezione, esso poi però prosegue con una seconda apparizione «otto giorni dopo», dove l’annotazione temporale, accompagnata dall’assenza (prima) di Tommaso e dalla sua successiva presenza, apre la strada al problema dell’accesso alla fede per chi non era lì in quei giorni. Dunque per tutti gli assenti, per tutti quelli della generazione successiva (per i quali, infatti, sta scrivendo Giovanni) e per quelli di tutte le generazioni successive…

Il problema è messo bene in luce dall’affermazione che Gesù rivolge a Tommaso – «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!», dove l’indisponibilità di Tommaso a credere nonostante l’assenza, diventa il comportamento da biasimare, mentre quello di chi non pone come condizione per la fede l’annullamento di una distanza fisica, diventa quello da lodare –, ma anche dal finale del testo: «Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome», dove è evidente la convinzione dell’evangelista che per accedere alla fede in Gesù non sia necessaria la contiguità cronologica alla vita storica di Gesù.

Questo era (è) infatti il problema… Lo stesso messo in luce dalla seconda lettura: «Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo. Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco –, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui».

Il problema è cioè quello della fede di chi non ha conosciuto di persona Gesù – di chi non ha potuto mettere le sue mani sulle sue piaghe – che – altrimenti detto – equivale a quest’altro problema (quello vero, che sta sotto l’altro e in esso si nasconde): il problema di doversi fidare di qualcun altro nella propria fede… “avere fede sulla fede di un altro”, come piace ripetere al nostro p. Mario.

Questa è la prima difficoltà dei discepoli della seconda generazione (quelli per cui scriveva Giovanni), ma poi anche della terza, della quarta… fino a noi. È il problema dell’affidabilità e dell’affidamento… Questioni delicate per l’uomo di sempre, tanto più – io credo – per l’uomo di oggi, che sempre più sembra gettato in un mondo di estraneità, competizione, paura dell’altro; tant’è che la domanda ricorrente è “Come si fa a fidarsi (di uno così, si una così, di chi ti fa un lavoro in casa, del tuo padrone, del tuo operaio, del tuo vicino, del tuo stesso amico…)? Come si fa a fidarsi?”.

Figurarsi fidarsi di questa manciata di uomini spauriti, vissuti più di 2000 anni fa, che parlavano una lingua stranissima, vivevano in terre lontane e avevano una cultura così diversa dalla nostra… Cosicché su queste considerazioni, oggi, i più se ne vanno scettici (soprattutto i nostri ragazzi, la prima generazione atea, come li chiamano i giornali), altri cercano di non pensarci, portando avanti il loro tran tran quotidiano (spesso scisso tra tempo profano e piccolissime parentesi di tempo sacro), altri si lanciano in una fede cieca, pochi provano a pensarci…

Io – che come dicevo prima ogni volta che mi imbatto in questo vangelo mi faccio sempre le stesse domande (si vede che c’è lì un neurone che s’inceppa…), ma ho l’ambizione di voler provare a pensare alle risposte – mi/vi chiedo se tutta questa sfiducia non derivi forse da due fonti:

- innanzitutto la mancanza di valutazione sull’affidabilità/attendibilità della fede degli altri, di quelli su cui noi ci appoggiamo per credere… cioè, io credo che un primo problema sia la scarsa conoscenza e la poca passione per la Parola di Dio… In questo non si possono dimenticare le colpe storiche dell’istituzione chiesa, ma è anche vero che oggi per tutti c’è la possibilità di un accesso alla lettura, allo studio, all’incontro con il testo biblico… che però spesso ci trova restii, latitanti, stanchi…

Cosicché ci ritroviamo incapaci di rendere ragione della fede che è in noi (1Pt 3,15), soprattutto a noi stessi…

- inoltre mi/vi chiedo se non è il caso di provare a pensare in maniera un po’ seria alla continua e soffocate aria di sfiducia negli altri in cui culturalmente siamo così immersi. Anch’essa ha tante radici, che non possiamo certo ora ripercorrere, ma che – se lasciate nell’ombra – rischiano di agire in noi senza che nemmeno ce ne accorgiamo, rendendoci passivi recettori, ma anche inconsapevoli complici, di quell’atmosfera per cui nel nostro mondo sembra impossibile fidarsi di qualcuno, affidare la nostra vita ad un A/altro, legare incondizionatamente il nostro destino a quello degli altri uomini…

Io credo che su queste due polarità si stia giocando il fallimento dell’annuncio della Risurrezione del Signore, che infatti – per troppe persone – non è più significativo e capace di trasformare la vita. E su questo, la distanza delle nostre esperienze ecclesiali da quella della prima comunità cristiana (descritta dalla prima lettura) è un segnale chiaro!

1 commento:

maria sole ha detto...

Grazie Chia, hai centrato i due aspetti fondamentali del nostro cammino che mi sento di chiamare DI VITA. Perchè è importante acquisire la consapevolezza, almeno noi che stiamo un pochino, mica tanto, sotto questa croce su cui c'è il fallimento, il dolore, la fatica, lo strazio interiore ma anche tutte le nostre povere speranze, tutte le nostre povere gioie, anche tutte le nostre povere illusioni. Illusioni, Chia, perchè proprio non dipende da noi che però possiamo "essere" almeno un pò. E questo poco lo dobbiamo offrire stando sotto la croce di nostro Signore Gesù Nazareno.
E' vero che manca la passione per avvicinarci al Vangelo, ma anche la curiosità di vedere un pò cosa dice "quest'uomo qui". E se manca la passione e la curiosità come fare?
Forse il nostro atteggiamento non è un pò troppo faraonico? E la semplicità dove la mettiamo?
Pensiamo di avere le ricette magiche?
Oppure noi che ci sentiamo discepoli, non sappiamo se siamo stati scelti oppure no, imparare a non sentirci depositari della verità, prima di tutto nostra e poi della vita degli altri. Basterebbe imparare a porsi alcune domande: Signore non capisco, cosa mi vuoi far comprendere attraverso questa persona, questa esperienza, questo dolore, questo affanno, questa gioia, questa pace, questo dono...... Il nostro io è sempre troppo presente nelle relazioni con l'A/altro.
Un abbraccio

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