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martedì 31 gennaio 2012

V Domenica del Tempo Ordinario


«Diceva Anna Magnani al truccatore che prima del ciak stava per coprirle le rughe del volto: “Lasciamele tutte, non me ne togliere neanche una. C’ho messo una vita a farmele tutte».




In questa Quinta Domenica del Tempo Ordinario, la liturgia della Parola ci offre – nel vangelo – il “secondo tempo” di quanto narrato la settimana scorsa. I versetti odierni corrispondono infatti alla seconda parte del racconto della “giornata tipo” di Gesù, che era iniziata con l’insegnamento dato con autorità nella sinagoga e con la liberazione di un uomo posseduto da uno spirito impuro.

Siamo dunque – anche nel testo di questa domenica – a Cafàrnao, in un giorno di sabato, e di Gesù si dice che «uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni».

Di questo “rientro a casa”, che poteva benissimo fare da scenario ad un dialogo tra Gesù e i discepoli su quanto appena accaduto, Marco – col suo stile essenziale – sottolinea invece un nuovo imbattersi di Gesù nell’umano: l’incontro con la suocera di Pietro.

In primo piano perciò non emerge ciò che Gesù e i suoi quattro amici si sono detti, ma un nuovo incontro personale, stavolta con una donna, la prima che compare nel vangelo marciano.

Già questo elemento dovrebbe bastare ad allontanare con forza questa donna dai luoghi comuni o dalle battute sarcastiche, neanche troppo simpatiche, sulle “suocere”, in cui invece ogni tanto viene coinvolta: è la prima donna di cui il vangelo di Marco parla!

In più, se ancora questo non bastasse, a testimonianza del ruolo positivo che questa donna probabilmente rivestiva nella dinamica familiare di Pietro, sta il fatto che di essa «gli parlarono subito»; “subito”, lo stesso avverbio usato per sottolineare la prontezza con cui Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni avevano seguito Gesù!

C’è dunque un’urgenza, che dice di un’apprensione, per qualcuno che è importante… la stessa che avranno tutti quei padri, quelle madri, quegli amici, che andranno da Gesù – lungo la sua vita e quella sera stessa – per chiedere la liberazione dal male per le persone che amavano…

E Gesù… «si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano»…

Non dobbiamo subito – con gli occhi e la mente – scappare in avanti nella lettura del testo («si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni») e registrare solo che questa donna in un batti baleno si è alzata, si è messa a fare la pastasciutta per i ragazzotti e poi è scomparsa dall’orizzonte di significato della loro e nostra coscienza, molto più interessata – quest’ultima – all’evento assai più spettacolare che quella sera (dopo la pastasciutta) si è dato da vedere a casa loro: una gran folla raccoltasi per Gesù e per ottenere i suoi prodigi…

No, non dobbiamo scappare subito in avanti, ma dobbiamo fermarci un attimo su quel «si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano»… perché lì dentro c’è nascosto un modo di essere di Gesù che è troppo importante per lasciarselo sfuggire: di Lui infatti non è importante tanto, o solo, il fatto che guarisse, ma il come lo facesse... E precisamente: avvicinandosi e prendendo una vecchietta per la mano, per aiutarla ad alzarsi.

Qui c’è dentro una tenerezza, un’empatia, un sorriso da giovanotto che porge la mano a una vecchietta, che fanno quasi scappare una lacrima. Commuove il giovanotto Gesù, che si fa prossimo a questa donna anziana…

Questo qua è Gesù!

Se invece scappiamo troppo avanti, perdendoci questa vecchietta, e pensandola nell’ottica della pastasciutta, mi chiedo: “Ma che cavolo di idea ci siamo fatti di Gesù?!?! Ma siamo rimbambiti!?!?”.

E allora – sebbene ci sarebbe ancora molto da dire sul nostro testo, soprattutto su questa giornata che si conclude con la preghiera solitaria di Gesù e con il suo sottrarsi, la mattina dopo, alla morsa della folla che da lui vuole solo miracoli, per andare a dire a tutti la bella notizia che Dio ci è padre – non voglio fare torto a questa vecchietta e mi fermo in contemplazione di questo suo incontro, che mi commuove, con l’affascinante giovanotto Gesù, che tra tutti, si avvicina con delicatezza proprio a lei, scavata da anni di vita (di quella vita! che le donne del suo tempo conducevano in Palestina) e segnata nel volto e nel corpo dal tempo che l’ha attraversata… Proprio a lei Gesù si avvicina e porge la mano!


E allora, infine, vi lascio un testo, che mi è tornato in mente, pensando a questa nonnina. Un testo che – seppur partiva da altrove – dice qualcosa che si avvicina molto a questo scambio d’affetto (che Marco genialmente descrive con meno di 10 parole) tra Gesù e la suocera tenera del suo amico…

Tenera, sì, perché come tutte le nostre mamme, appena può, si alza e si prodiga per i suoi figli e i figli degli altri, che ha imparato a considerare suoi

«L’amore più grande non si trova nell’amore “impossibile”, ma nell’amore possibile, naturale.

[…] Jean Giono lo afferma in una sconvolgente storia d’amore tra un bambino e una vecchia signora.

Pauline de Thèus è una grande dama di Provenza, senza debolezze né colpe, e domina il mondo con la sua presenza al tempo stesso ieratica e dolce. Angelo, il nipote, la ammira al pari di una dea, è la figura tutelare della sua infanzia. Ma arriva il giorno in cui deve partire: gli studi, il lavoro, la vita lo chiamano lontano dalla casa di famiglia. Al suo ritorno, molto tempo dopo, a sua nonna non è rimasto più niente dell’eleganza che tanto lo affascinava, ormai è debole, dipendente, una vecchia impotente e sorda, che rutta e non si trattiene più, che bisogna lavare, nutrire, seguire nella sua lenta agonia. Ma Angelo impara a lavarle la bocca impiastricciata dai bignè al cioccolato, a tagliarle le unghie dei piedi, a farle un clistere; e scopre il grande amore. L’amore obiettivo, quello che accoglie l’altro per dargli ciò che gli manca realmente alla sua gioia: “Non si trattava più di amarla per ciò che mi dava, ma di amarla per darle. Era necessario vederla in maniera molto obiettiva per poter fare esattamente le cose indispensabili al suo benessere. Era quello, l’amore. Quanto era difficile! […] Ad aiutarmi fu anche quello scheletro ricoperto di pergamena, quei due cotiledoni di ossa iliache, quelle cavità pelviche in cui la pelle si infossava e che dovevo pulire a fondo con piccoli batuffoli di cotone, quel pube scoglioso, quel sesso in rovina coperto di erba bianca”.

Quel corpo scheletrico lo aiuta perché è debole. Il suo sguardo limpido gli permette di non fare alcuno sforzo: Angelo trova quel corpo realmente amabile. Ne percepisce la “qualità” e una “trasfigurazione del suo mistero”.

Nel movimento che lo attira verso la terra, quel corpo attesta già l’ascensione di un’anima per raggiungere uno sposo già salito in cielo.

A paragone, il corpo di una top model non vale niente, è neutro, levigato, standardizzato, mentre il corpo di Pauline è marchiato dalla storia e frantumato dal destino. Angelo lo sente degno dell’eros più elevato, quello dell’autentica carità: “Non era abnegazione, o compassione, o qualunque cosa siamo abituati a considerare, ad esempio, come cristiani. Non avrei potuto lavare gli escrementi di chiunque e far parte di un «ordine di massaggiatori». Era tutto molto particolare”.

Non è tanto abnegazione, compassione professionale dai gesti meccanici, un amore generico applicato indifferentemente a tutti. È un’amicizia particolare, unica, che vuole accompagnare l’altro nella morte e fino all’eternità.

Purtroppo le nostre favole non presentano più come modello un amore di questo tipo. Le circostanze non smettono di proporcelo, ma lo respingiamo come qualcosa che è il contrario dell’amore. Abbiamo la testa piena di caricature di Romeo e Giulietta, e crediamo di vivere la grande passione quando si tratta soltanto dell’effervescenza dei nostri ormoni. Ma gli eventi, nella loro testarda provvidenza, non mancheranno di ripresentare l’occasione di questo amore estremo, in particolare, come è nell’ordine naturale, con il trapasso dei nostri genitori» [da Farcela con la morte, di Fabrice Hajadj, Assisi, Cittadella Editrice, 2009].

2 commenti:

maria sole ha detto...

Mi viene così e perchè no? Anche se mi attirerò inimicizie, ma il Sommo Dante diceva ai suoi tempi "non ti curar di loro ma guarda e passa". Il ruolo della donna. In chi scrive c'è una donna che ha sempre tentato in ogni età della vita: con il padre fascista, con la madre malata, con i fratelli molto più anziani, con gli amici "maschi" perchè preferivo quel tipo di amicizie, le donne erano troppo pettegole e vanitose secondo me che mi sentivo "mongoloide" (ho scoperto dopo il mio amore per loro), nel lavoro, nei ruoli...... insomma effettivamente ci sono molti paletti. Siamo donne infine. Non conosco l'ambiente della chiesa e ad essere sincera non mi interessa molto, immagino un pò per sentito riportare. Quello che leggendo un pò i vangeli ho imparato è: sentirmi AMATA molto da LUI. Come hai ben espresso nel tuo commento, la tenerezza di Gesù per quella donna anziana ammalata. Ma vogliamo parlare di altri personaggi come la prostituta, l'emorroissa, l'adultera, ecc. Maria è troppo santa per me e non posso reggere in alcun modo il confronto, ma con le altre si siamo alla pari: perdonate e amate. Ed allora? Cosa ricevo come donna da Gesù? Il SUO TOCCO UMANO, TENERO,di una grandiosa misericordia che solo LUI però riesce a offrire. Gli uomini sono paurosi, si nascondono dietro il si dovrebbe. Mi fermo, consapevole che ho azzardato. Non credo che la fecondità sia l'unica cosa bella e grande della donna, perchè escluderei le donne non feconde, ed invece a loro il Signore ha dedicato brani bellissimi, ma sempre concedendo l'impossibile, ed invece penso a loro nella sterilità, al nostro coraggio di affrontare la vita, sempre con uno sguardo di speranza e bellezza interiore. Spesso mi basta, Chia, quando trovo i muri costruiti dalle certezze maschili, preferisco non fasciarmi la testa e sbattere. Preferisco fare come diceva il Sommo, andare oltre e lasciarli a leccarsi il loro stolto orgoglio maschile.

maria sole ha detto...

ho un problema: sono una povera ignorante......

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