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giovedì 29 novembre 2007

IL SENSO DELLA STORIA È LA VITA

Le tre letture di questa prima domenica di Avvento ci introducono in modo deciso nel tema dell’attesa, della venuta del giorno del Signore, della fine (non tanto del tempo quanto) di un tempo. Per quanto riguarda il testo di Isaia mi rifaccio a quanto esposto dal prof. Rota Scalabrini don Patrizio durante il corso sull’escatologia profetica nell’A.a. 2006-2007:
“Il brano di Isaia presenta un meraviglioso poema sul compimento della storia, visto come pace universale, concessa da Dio agli uomini. Il profeta alza il suo sguardo per vedere un futuro lontano, verso il quale si muove tutto il cammino dell’uomo: la presenza di YHWH, del potere legittimo, del suo insegnamento, giudizio ed ammonimento, tutto tende verso l’instaurazione della pace, opposta a tutta la tensione e al caos che possono essere causati da una ragione religiosa (gli idoli), politica (la mancanza di autorità legittima), etica (la corruzione legale), economica (l’aumento indiscriminato delle ricchezze), psico-sociale (le pretese di un gruppo di potere).
«Alla fine dei giorni»: ciò che il nostro testo CEI traduce con fine significa fondamentalmente quello che viene dopo in senso assoluto o relativo. Se quel dopo non ha ulteriore determinazione può significare allora in futuro in senso ampio. Altre volte può riferirsi alla conclusione di un arco di tempo determinato ed in molti di questi casi noi potremmo tradurre con allora. «I giorni» non indica solo la durata di 24 ore o una qualità di tempo (giorni del dolore, della vita, della morte), ma anche tempo corrente nel presente. L’espressione «alla fine dei giorni» si può quindi intendere come «nel corso del tempo, ad un certo punto».
Dopo l’introduzione temporale segue la pericope con tre assi semantici fondamentali:
1) quello del movimento;
2) quello della pace universale;
3) quello della parola che attrae.
1) La prima direzione del movimento è ‘centripeta’: gli uomini convergono verso un centro, tornano ad essere uniti, la lontananza da Dio viene superata e dimenticata.
Il centro del movimento è il monte della casa del Signore; questo significa che la presenza del Signore nel suo popolo è il punto di attrazione per tutte le genti, che affluiscono , “fiumeggiano”, verso il centro. Il movimento primo della storia è quindi quello che Dio stesso imprime ad essa, è questa forza, che esce da Sion (il luogo della presenza di YHWH), a far camminare i popoli; più precisamente questa forza di attrazione è la volontà di Dio rivelata nella Legge, manifestata dalla sua parola, che mette in movimento i popoli: «Poiché da Sion uscirà la Legge, da Gerusalemme la parola del Signore».
Altro movimento della storia è quello ascensionale: la storia dell’uomo è un cammino guidato da Dio per elevare l’uomo, per nobilitarlo.
2) Per Isaia la salvezza di Sion non è da intendersi come una salvezza nazionalistica, ma è la distruzione del potere del male e della guerra ed è perciò anche salvezza delle nazioni. La proposta di Isaia trova dunque la sua sintesi nella promessa della pace, vista come ultima finalità della parola di Dio. E questo è da intendersi in tutta la gamma di significati che il termine assume e non solo nell’accezione che ha il termine pace riferito ai rapporti internazionali, che pure qui è il significato primario.
Il futuro che Dio sta preparando agli uomini, il mondo che egli ha messo in serbo per loro, è un mondo pacificato: governo giusto, pace internazionale, disarmo, armi da guerra che diventano attrezzi agricoli e simboleggiano assai bene un nuovo ordine e la pienezza di beni, che Dio vuole accordare loro. I popoli non impareranno più a fare la guerra, perché l’insegnamento umano è la guerra, l’insegnamento di Dio la pace. La pace tra i popoli è frutto della presenza della Parola e della Tôràh. Si tratta infatti non solo di smettere di fare guerra, ma di trasformare strumenti di guerra in attrezzi di lavoro. Tutto questo è frutto dell’avere ascoltato l’insegnamento di YHWH.
3) I popoli non salgono al monte per un sacrificio, bensì per essere istruiti da Dio con la Legge e con la Parola. Ciò che le genti troveranno sulla montagna è la Parola e la Tôràh, che vengono loro incontro e che li attirano. L’espressione è da intendersi come volontà di YHWH di manifestare il suo piano di salvezza”.
Il poema di Isaia allora non è una banale previsione del futuro, ma è una lettura teologica della storia: essa ha il suo senso, il suo polo attrattivo nella parola del Signore, intesa in senso forte, non come un insieme di precetti, ma come la volontà del Signore, il suo sguardo benevolo sull’umanità. Tant’è che il secondo movimento della storia è quello ascensionale, della nobilitazione dell’uomo, della sua piena umanizzazione! Essa ha come scenario la pace, la fattiva trasformazione di ciò che insegna la logica umana (la guerra, la morte) in Vita!
È la stessa dinamica che mette in campo Paolo parlando ai Romani: «Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce»!
Ma con l’avvento di Cristo tutto quanto Isaia prefigura è inevitabilmente ritradotto in termini cristici, per cui per Paolo, la scoperta che il senso della storia è la Vita e non la morte, coincide con il fatto che il senso della storia è Gesù. È lui la Vita annunciata dai profeti. È quella vita lì che ha vissuto lui, quel suo modo di stare nel mondo, di passare per le strade, di fermarsi di fronte alle facce degli uomini e delle donne, di amare teneramente e tenacemente, di morire affidando e affidandosi, di offrire il suo corpo e il suo sangue… è quel suo modo lì di essere uomo e di essere Dio la Vita per l’umanità tutta e in essa per ciascun uomo!
Ecco perché Paolo non può che dire: «Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo»! Rivestirsi, con-morire, conformarsi, partecipare… sono tutte categorie che l’Apostolo mette in campo per portare avanti quella che secondo lui è la verità della storia: è nell’intrecciare la propria libertà (il nostro esser-ci) con la sua che il nostro esistere diventa Vivere!
In questo senso il Vangelo (il cui linguaggio non deve ingannarci -appunto è un linguaggio- e farci pensare a chissà quale terribile selezione divina) vuole mostrare l’urgenza e la radicalità del porsi nella Vita (o meglio nel lasciarsi porre in essa). La questione, come sempre nel Vangelo, non è morale, non si tratta di un’etica da rispettare, di un codice deontologico da seguire: in gioco c’è tutto quello che siamo, l’opzione fondamentale della nostra vita, l’orizzonte di senso che ci orienta… è una scelta di campo! La questione è chi sono io? Chi sono alla luce del fatto che tutta la storia della salvezza, attraverso le sue Scritture, riecheggia la testimonianza che c’è la possibilità della Vita, di una vita buona, bella, piena… Chi sono io di fronte al fatto che questa è la buona notizia della storia? Nella consapevolezza che ciò che sono, ciò che scelgo di essere lo costruisco in tutta una vita… vivendola, giocandomi nella praxis.
Ecco che a questo punto, ma solo a questo punto, tolto (si spera…) il germe moralistico, hanno senso anche le indicazioni pratiche sul vivere: «camminiamo nella luce del Signore», «è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce», «comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie», «rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri», «vegliate», «state pronti».

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