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giovedì 19 giugno 2008

Non aver paura anche se si sta come d'autunno sugli alberi le foglie

I versetti 10-13 del capitolo 20 di Geremia, quelli cioè proposti come prima lettura, costituiscono la parte centrale di quella che è chiamata la V confessione (Ger 20,7-18). Le confessioni sono quei brani in cui emerge con più evidenza l’Io del profeta, la sua intimità, anche se non dobbiamo fare l’errore di pensare questo stile letterario con le nostre moderne categorie psicologiche. Piuttosto si tratta della «testimonianza – scritta – di una lotta per il vero volto di Dio, di uno sforzo fedele e tenace per approfondire una conoscenza di Lui che vada oltre i nostri fantasmi, le nostre immaginazioni, le esperienze troppo parziali e limitanti»[1], testimonianza che è del profeta, ma, insieme con lui, di tutto il popolo.
Leggendo per intero questo brano, si vede subito come l’impressione tutto sommato positiva e vittoriosa che avevamo leggendone solo uno stralcio, cambi: le parole del profeta sono di una tragicità davvero soffocante, quasi straziante... Ma cosa sta vivendo quest’uomo? Gli esegeti ci invitano a «resistere alla tentazione di situare ogni confessione in un momento particolare della vita del profeta». Questo ha l’indubbio vantaggio di fare del profeta «il modello di ogni credente».
Ecco perché è così interessante anche per noi ripercorrere questo testo! Esso è paradigmatico proprio perché mostra come funziona l’uomo quando è come triturato dalla drammatica della vita.
«Mi hai sedotto, Signore, e ho ceduto alla seduzione; mi hai forzato e hai prevalso; sono divenuto derisione tutto il giorno, chiunque si beffa di me!»: Geremia, come ogni essere umano, aveva iniziato la sua missione perché aveva intuito qualcosa di promettente, iscritto dentro alla vita, e aveva voluto dargli credito, giocandosi per quella che gli pareva una vita buona. Funzioniamo così anche noi! Agiamo, speriamo, scegliamo, ci muoviamo, ci appassioniamo, ci dedichiamo... sempre perché percepiamo nella vita, in una situazione, in una persona, come una promessa, un qualcosa di promettente a cui acconsentiamo e per cui – crediamo – valga la pena compromettersi. Lo facciamo fin da bambini, quando acconsentiamo alla vita, considerando promettente il nutrirci dal seno di nostra madre; continuiamo a farlo da adulti, quando la promessa la vediamo iscritta nella faccia di un altro da amare; e lo facciamo perfino quando, morendo, acconsentiamo ad avere imparato a fidarci così della vita, da saperla perdere per ritrovarla.
Ma l’esperienza di Geremia ora è quella di chi si ritrova a mettere in dubbio quell’intuizione, per cui aveva deciso di spendere la vita: il profeta «si è lasciato sedurre da tante belle promesse e ora si trova abbandonato e fatto zimbello della gente. [...] Egli si chiede dolorosamente perché il Signore l’abbia chiamato ad un annuncio sterile («Perché ogni volta che io parlo debbo gridare, violenza e rovina debbo proclamare! Sì, la parola del Signore è divenuta per me obbrobrio e beffa tutto il giorno»). Non è forse un inganno, una trappola, una violenza?».
Quante volte anche a noi è salito alle labbra questo dubbio «Non è forse un inganno, una trappola, una violenza?». È l’esperienza della delusione, della dis-illusione, del fallimento, del tradimento, della messa in discussione di ciò su cui si è fondata la vita. Tant’è che come per Geremia, che pensa che «la soluzione potrebbe essere di non parlare più» in nome di Dio («Perciò pensavo: “Non voglio ricordarlo e non parlerò più in suo nome!”»), anche a noi viene in mente che forse il passo da porre è quello di «rompere i ponti con un Dio così», con un uomo così, con un figlio così, con un lavoro così, con una vocazione così, con una vita così...
Eccoci dipinti, nel giro di un paio di tocchi di pennello: intuizione di una promessa, credito accordatole, passione e dedizione per quanto scelto, delusione, messa in discussione della promessa, di chi ce l’ha fatta e di noi stessi che le abbiamo dato fiducia... con, da sfondo, l’insofferenza per l’attesa di una parola che rompa gli indugi, che ci dica se davvero abbiamo sbagliato, siamo falliti, siamo finiti, così da poterci lasciare andare alla disperazione e placare definitivamente gli impulsi di speranza, che ora sanno di illusorio, che ci tornano in pancia.
«Qui, però, Dio non risponde nulla al profeta, né lo esorta a sperare»: è il silenzio di Dio – letto dal punto di vista dell’uomo; è il desiderio che l’uomo converta l’immagine di dio che ha in testa – da parte di Dio.
I versetti che seguono infatti, quelli della nostra prima lettura, sono – come rivelano quelli ancora successivi (vv. 14-18: «Maledetto il giorno in cui io nacqui; il giorno in cui mi partorì mia madre non sia benedetto! Maledetto l' uomo che portò l' annuncio a mio padre, dicendo: «Ti è nato un maschio!», riempiendolo di letizia. Sia quell' uomo come le città che il Signore ha sconvolto senza pentimenti; oda il grido al mattino e clamori di guerra a mezzogiorno. Perché non mi ha fatto morire nel seno? Mia madre sarebbe stata per me la mia tomba e l' utero, gravidanza perpetua! Perché sono uscito dall' utero? Per vedere affanno e cordoglio e terminare nella vergogna i giorni miei?») – solo un affrettato momento edificante e consolatorio: «il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere; arrossiranno perché non avranno successo, sarà una vergogna eterna e incancellabile. Signore degli eserciti, che provi il giusto, che vedi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa! Cantate inni al Signore, lodate il Signore, perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori». Un affrettato momento edificante e consolatorio che rivela solo come «il profeta intenda ancora troppo umanamente l’assistenza divina»: «Dio – infatti – interviene nell’intimo dell’uomo, rinnovandolo e trasformandolo», e non come un burattinaio nella storia. Come ricorda Sequeri[2] infatti: «Se gli uomini tentano Dio, sollecitandolo a esibire la sua potenza contro l’altro come una necessità in sua difesa, Dio si sottrae», perché il dio-mio-contro-l’altro è l’idolo; il Dio di Gesù Cristo invece non ha nemici, ha solo figli! È qui che deve approdare Geremia e con lui, ciascuno di noi, toccato nella sua umanità e nei suoi fondamenti quando – per rubar le parole a Ungaretti – «si sta come d’autunno sugli alberi le foglie».
È proprio il silenzio di Dio che «fa sì che il dramma interiore del profeta si sviluppi con tutta la sua intensità ed egli cerchi proprio così più in profondità il volto di quella Persona di Dio di cui si è innamorato la prima volta e capisca in modo nuovo che Egli non è l’imbroglione, il seduttore, ma Colui che si prende cura infallibilmente e fedelmente del suo profeta» e di ciascun uomo.
È l’invito pressante del Vangelo di Matteo. Siamo immediatamente dopo la sezione in cui Gesù chiama i discepoli per mandarli a predicare e annunzia loro la persecuzione: come Geremia, come noi, come d’autunno sugli alberi le foglie! È la situazione della messa in discussione di noi, di Dio, degli altri... è il dubbio sul credito che abbiamo dato alla vita, alla promessa in essa iscritta... è la paura...
Gesù capisce profondamente com’è fatto l’uomo e per questo tocca proprio il punto caldo della questione: è la paura (di morire, di aver sprecato la vita, di non essere stati all’altezza, di trovarci falliti, soli, senza senso...) che blocca il fluire della vita nelle vene dell’uomo, i suoi guizzi di freschezza e di creatività, i suoi zampilli di amore rinnovato, la sua caratura umana, il suo esser-ci! E di fatti continua: «Non abbiate paura degli uomini...»; «non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo...»; «Non abbiate dunque paura...».
Gesù sa che «la paura genera mostri»: è questo il blocco interiore da spezzare, è questo il credito da rinnovare, non dimenticando – nella prova – che Dio non è il serpente. Egli, nella passione e morte del Figlio ha rotto per sempre questa ambiguità; per questo per l’uomo dev’essere un’evidenza, anche nella tragicità della vita, la sua affidabilità!
È quello che Paolo tenta di dire ai Romani! Benché il discorso sembri focalizzarsi sul peccato di Adamo, l’interesse principale di Paolo è sul molto più della grazia, sulla sua sovrabbondanza in Gesù! Il peccato di Adamo è messo lì solo per fare da contrapposto al molto più della grazia!
È sul credito a questa promessa, iscritta già nella grammatica della nostra vita (da quando acconsentiamo a succhiare il primo latte), che fiorisce l’uomo, come uomo, anche se «si sta come d’autunno sugli alberi le foglie».
[1] P. Rota Scalabrini, Il profeta Geremia: sperare in un tempo di crisi, in Scuola della Parola, Litostampa Istituto Grafico, Bergamo 2001, 81.
[2] P.A. Sequeri, Il timore di Dio, Vita e Pensiero, Milano 1993, 133.

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