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lunedì 1 marzo 2010

Professione Giornalista!

Illuminante dialogo a distanza su il Fatto Quotidiano tra Michele Santoro e Barbara Spinelli via Marco Travaglio. Una bella lezione di umanità, libertà, democrazia, storia e linguaggio e tecnica della comunicazione non solo televisiva... Assolutamente da non perdere.

La lettera di Santoro in risposta a quella di Travaglio:
Caro Marco,
risponderò con franchezza alla tua lettera che mi sembra venire da troppo lontano. Siamo diversi e con diverse opinioni su molte cose: legalità, moralità, libertà e televisione. Eppure forse proprio per questo siamo riusciti a diventare amici e, per un pezzo importante della nostra vita, a combattere fianco a fianco contro la censura. È questo l’unico vero miracolo compiuto da Silvio Berlusconi, aver intrecciato vicende professionali distanti come quelle di Biagi e Luttazzi, di Montanelli e di Sabina Guzzanti. La tua e la mia. Vivrei una tua decisione di prendere le distanze da Annozero con grande amarezza ma non per ragioni personali: perché sarebbe, in primo luogo, un torto fatto a un pubblico assai grande e, in secondo luogo, un ulteriore arretramento del confine del proibito che ormai comprende quasi tutti i fatti più scottanti riguardanti i potenti in Italia.

Non sarebbe tuttavia una tragedia o una catastrofe irreparabile. Nel corso della mia lunga esperienza televisiva tanti miei amici e collaboratori hanno scelto o dovuto scegliere di percorrere altre strade. È stata sempre per tutti un’occasione di rinnovarsi, una sfida per allargare gli orizzonti di quel laboratorio del quale sentiamo comunque di continuare a far parte.

Già oggi il tuo raggio d’azione è enorme: scrivi quotidianamente per il Fatto (e non solo), hai un blog seguitissimo, hai una parte da protagonista nel blog di Grillo e riempi i teatri col tuo spettacolo su Tangentopoli. Potresti quindi fare tranquillamente a meno di Annozero, senza più esporti alla fatica e allo stress del corpo a corpo televisivo dove si ha sempre la sensazione, sbagliando, di doversi giocare tutto in pochi minuti.

Una volta, quando avevi soltanto i tuoi libri, non facevi nessuna fatica ad affrontare quegli stessi «farabutti» che oggi, invece, ti appaiono interlocutori inaccettabili. Non Annozero, con i suoi milioni di ascoltatori, ma una qualunque televisione di provincia ti sembrava una buona occasione da non sprecare. Allora ero io che ti invitavo ad affaticarti di meno, a rendere più preziosa la comunicazione, a mettere un freno alla tua generosità, mentre lavoravo a migliorare le luci, la tua posizione in scena, i tempi del racconto e a inserirti più efficacemente nel contesto del programma.

Certo senza le tue straordinarie qualità di scrittore e narratore tutto questo non sarebbe servito a niente. Ma è servito. Nonostante Belpietro, Ghedini o Lupi. Loro sono sempre gli stessi. Tu sei cambiato. Non so se ti accorgi che, quando a proposito di Annozero dici che è una questione di format, stai parlando come un membro della Commissione parlamentare di vigilanza.

Non so se condividi i suggerimenti di Paolo Flores d’Arcais che pretende di spiegarmi quando spegnere e accendere i microfoni di un ospite. Un membro perfetto dell’Agcom. Un apologeta del Berlusconi-pensiero sul «pollaio». Proprio come Furio Colombo e le sue invettive contro i talk-show. D’Arcais e Colombo sono convinti che debba regnare l’ordine del discorso (scritto) che, ovviamente, per loro non è quello del telegiornale di Minzolini ma quello di Report , celebratissimo esempio di una trasmissione basata sul principio di identità e non contraddizione.

Ora, sia ben chiaro, Report piace anche a me, e molto: lo ritengo altrettanto incompatibile di Annozero con gli equilibri imposti dal conflitto d’interesse al sistema informativo. Ma non è l’unico modo possibile di fare inchiesta, come non lo era un tempo il documentario in stile Bbc. Noi proviamo a forzare la gabbia delle compatibilità, ad uscire dal seminato; per mettere a nudo le contraddizioni illiberali del palinsesto non ci accontentiamo di scavarci una nicchia alternativa. Siamo brutti, sporchi e cattivi. Raccogliamo meno consensi di Ballarò ma creiamo un maggior numero di situazioni critiche, più adrenalina, più polemiche, più brecce nella gelatina.

Perciò ho voluto e continuo a volere che, almeno per un po’ di minuti, tu occupi il centro della scena. Sei il simbolo di ciò che il recinto della televisione generalista non vuole più contenere, di tutti coloro che sono stati espulsi e non possono più rientrare. La prefigurazione di un cambiamento possibile. D’altra parte chi è espulso riesce anche a sopravvivere benissimo. Fuori dalla tv generalista l’industria culturale rende ancora possibili profitti importanti per chi produce contenuti forti; ma chi resta è meno libero e chi va via non entra più in contatto con una sterminata periferia, una enorme banlieue culturale nella quale resta confinata una buona metà della popolazione italiana. In questa periferia, almeno qualche volta, Annozero è entrato prepotentemente. Anche grazie a te, e ne vado fiero. E anche grazie a Maurizio Belpietro.

Tu, invece, pensi che Maurizio Belpietro – o Porro o Ghedini – siano soltanto un prezzo pagato alla par condicio, una legge di cui si parla senza conoscerla e di cui nessuno si occupa seriamente, quando per me rappresentano quel vuoto necessario di scrittura che rende la trasmissione imprevedibile. Perfino ciò che è successo giovedì scorso dimostra che nel nostro studio nessuno può sapere in anticipo come andranno le cose. Noi per primi.

Report ha l’andamento di un film. Annozero assomiglia ad una partita di calcio, mette in gioco non solo nozioni ma emozioni, convinzioni profonde, passioni anche viscerali. Quando il gioco diventa noioso e scontato il pubblico più infedele cambia canale. Ed è questa la ragione per cui siamo costretti a inseguire lo spettatore meno affezionato ai nostri programmi, qualche volta perfino deludendo i fan. Il contrario esatto di quello che avviene a teatro.

In passato godevo nel vederti demolire le argomentazioni aggressive con l’ironia e con una precisione chirurgica: adesso chiedi tempo. Un tempo che la tv, a tuo parere, non sarebbe in grado di concederti. Quanto tempo per rispondere a contestazioni che si ripetono come una litanìa monotona e scontata? Cinque minuti? Mezz’ora? Una serata intera? Nella tua lettera potevi essere più esplicito nel criticare la mia conduzione. Io credo che tu non l’abbia fatto perché avresti dovuto aggiungere l’elenco dei «bellissimi servizi» da tagliare per fare spazio alle tue necessità.

Invece che di Bertolaso avremmo almeno saputo tutto di Travaglio? E la volta successiva cosa avremmo dovuto fare se si fosse ripetuta la stessa situazione? La risposta sembra interessarti poco: prima viene il tuo onore, la faccia, la verità. Dovremmo ripetere il disco della condanna per diffamazione pronunciata solo in primo grado, rivedere alla moviola il tuo certificato penale, per convincere l’universo mondo (compreso Belpietro) delle tue qualità morali che al nostro pubblico non sembrano per niente in discussione. Inoltre un giornalista condannato, si fa per dire, definitivamente per diffamazione smette di essere un buon giornalista? Penso proprio di no; come Schumacher che, se va una volta fuori pista, non smette per questo di essere un buon pilota.

Hai saputo schivare e anche incassare molti colpi bassi ma questa volta è bastata una banalissima insinuazione di Porro (e non un’aggressione squadristica) per farti perdere il lume della ragione. Hai frequentato un sottufficiale dell’Antimafia prima che venisse condannato per favoreggiamento. Scusa, qual è il problema morale? Quali sconvolgimenti ha creato nella percezione che i nostri ascoltatori hanno di te questo genere di insinuazioni? Nessuno.

Le critiche, anche le più assurde, fanno parte del nostro lavoro, così come rispettare chi non la pensa come noi, non insultarlo, non delegittimarlo come interlocutore. E se sono gli altri ad aggredirci, dobbiamo rispondere come tu sai fare meglio di me, rapidamente e con le armi dell’ironia. Quando io non l’ho fatto ho sbagliato.

Siamo diversi ma apparteniamo entrambi al pubblico. Solo dal pubblico deriva la nostra credibilità. Perciò hai il diritto di proporti al pubblico come meglio credi, nella forma teatrale dei tuoi spettacoli (senza disturbatori) o, come mi auguro, nel percorso a ostacoli di Annozero. Sai che mi sono battuto con tutte le mie forze per includerti con un regolare contratto e non come un ospite occasionale nella nostra trasmissione. Sono fiero di poter dire che tu sei parte della Rai e del servizio pubblico. Come dovrebbero esserlo Sabina Guzzanti, Daniele Luttazzi e tanti altri. All’inizio di Annozero ero convinto che col nostro ritorno avremmo portato a casa una vittoria importante contro la censura e che presto il mondo sarebbe cambiato. Non è successo, anche se nel frattempo siamo diventati il primo programma di informazione.

Se la televisione è perfino peggiorata non è solo colpa di Berlusconi e dei suoi «trombettieri» ma di chi avrebbe dovuto contrastarlo e non lo ha contrastato e anche di quelli che scelgono di battersi pensando di essere gli unici a farlo con coerenza. Cavalieri senza macchia e senza paura che vogliono segnare a tutti i costi una differenza dal resto del mondo, che mettono la loro purezza e il senso dell’onore prima della libertà: la legge e le regole prima della libertà, la verità prima della libertà. Mentre leggi e sentenze sono solo lo strumento essenziale per l’ordinato funzionamento della società.

Mi chiedi di mettere riparo agli abusi. Con l’esperienza che ho cercherò di inventare qualcosa per evitare l’uso di argomenti provocatori, le interruzioni ad arte, le offese personali. Quello che non posso prometterti è la verità.

La verità profonda di una persona, che si chiami Travaglio, Berlusconi o Santoro non la stabilisce un programma televisivo, non si raggiunge stilando con attenzione la lista dei buoni e dei cattivi. A quelli che sui vostri blog chiedono di definire una volta per tutte ciò che è vero abbiamo il dovere di rispondere che la verità è sfuggente, contraddittoria. La verità è una conquista faticosa e difficile. Per quanto mi riguarda spesso è un faccia a faccia. Tra me e me.


La riflessione e la critica di Barbara Spinelli (che scrive anche su LaStampa)
Caro direttore,
se questi fossero tempi meno bui – i tempi vagheggiati da Michael Oakeshott per esempio, dove al dibattito si preferisce la conversazione – si potrebbe leggere con una certa delizia lo scambio epistolare fra Michele Santoro e Marco Travaglio apparso nei giorni scorsi sul Fatto.
Ma questi sono tempi bui e certe controversie fra giornalisti non procurano speciale godimento. In tempi bui si urla, e l’urlo mal si concilia col diletto. Lo scambio di lettere è tuttavia benefico, sia per chi fa informazione sia per chi la consuma. Finalmente nasce una discussione sul giornalismo italiano, e il fatto che essa si concentri sui talk-show – e in particolare sul modo in cui il 18 febbraio s’è scatenata un’aggressione personale a Travaglio da parte di Nicola Porro, vicedirettore del Giornale – non cambia l’oggetto in esame: l’avvento dei talk-show, cioè della parola giornalistica tramutata in spettacolo o circo, ha infatti effetti capitali sul giornalismo (scritto o parlato) e sul suo presente disfacimento.

COMPLICITÀ AMICISTICA

Mi sia consentita una premessa: penso che tra i giornalisti non dovrebbe esistere alcun tipo di propedeutica complicità amicistica. L’uso molto italiano di darsi subito del tu fra “colleghi” ha qualcosa di corporativo, di falso, anche di insidioso. È nei collettivi ideologici che scatta, automatico, l’abbraccio del Tu. Così come è incongruo parlare di amor di patria invece che di rispetto, ritengo incongrua l’amicizia preliminare fra colleghi. Amore e amicizia appartengono alla privata sfera delle scelte non obbligatorie, non consanguinee.

Tuttavia il giornalismo è un mestiere che crea una sorta di comunità, specie quando si occupa della politica nazionale e dunque è più vicino al potere: di questo vale la pena conversare. Il rischio è che il giornalista prenda gusto alla contesa politica, fino a identificarsi con la figura stessa del politico. Difficile, a questo punto, che egli ricordi la professione peculiare che esercita, e i doveri primari che ha verso il lettore o lo spettatore. Quel che tenderà a dimenticare è che il suo mestiere è sì animato, come quello del politico, da volontà di potenza e dal “piacere acre della gara” (Eugenio Scalfari lo descrive bene nel nono capitolo del libro L’uomo che non credeva in Dio) ma fondamentalmente è cosa diversa.

Contrariamente a quel che si crede è un’attività più scabrosa, proprio perché il giornalista non si sottopone al vaglio delle urne, non è rispedito a casa a intervalli regolari, e questo non gli dà il prezioso senso del limite, della propria mortalità. La censura, nella migliore delle ipotesi, viene solo dal lettore, che può smettere di comprare un determinato giornale, di guardare un determinato show, di leggere un determinato autore. Ma il vero polso della situazione il giornalista non ce l’ha. Se la censura lo colpisce, chi ha in mano l’accetta non è l’utente (l’unico che paghi quel che vede o legge) ma il padrone: un padrone più che gelatinoso in Italia, in quanto non editore puro ma industriale annodato al potere politico, quando non dipendente da esso.

Pur non dandosi reciprocamente del tu, i giornalisti sono dunque legati da qualcosa. Da cosa, esattamente? In parte dalla consapevolezza di questa diversità di vocazione: praticanti e professionisti del mestiere, tutti dovrebbero sapere che il loro potere è altro dal politico. Non è antagonista – perché l’antagonismo presuppone un comune spazio di contesa – ma semplicemente altro. Al tempo stesso,sono legati da un rapporto molto specifico con i fatti, che vanno rispettati per quel che sono evitando che sfumino in opinioni. È il motivo per cui più volte mi sono chiesta, nel 2009, come mai sia mancata una solidarietà, fra giornalisti, con Repubblica e le sue Dieci Domande.

L’undicesima domanda,non detta,era implicitamente rivolta a noi del mestiere: si possono fare domande al politico, che concernono il suo apparato di potere e più precisamente la sua maniera di creare consenso? L’indipendenza del giornalista non è differente dal potere terzo della magistratura, indispensabile all’ordinamento dei checks and balances senza il quale la democrazia scade in dittatura maggioritaria. Non a caso il giornalismo indipendente è dispositivo centrale nelle democrazie ed è chiamato Quarto Potere. Rivedendo il passaggio di Annozero in cui è andata in scena l’aggressione a Travaglio, quel che mi ha colpito è appunto questo: il giornalista che attaccava non sembrava un giornalista, l’osmosi con le fattezze del politico era totale. Porro non si occupava del tema in discussione (la corruttela della Protezione civile, le responsabilità politiche di Bertolaso), ma del giornalista che su questo tema riferiva e denunciava.

Quest’ultimo riferiva fatti(non ancora suffragati ma pur sempre elencati in ordinanze della magistratura inquirente), mentre Porro sembrava a essi affatto indifferente. Di qui l’impressione di un attacco subdolo, oltre che scorretto. Scorretto perché il giornalista che riassumeva i fatti veniva aggredito come se avesse esposto un’opinione, opinabile come tutte le opinioni. Subdolo perché Travaglio veniva attaccato personalmente, in piena coscienza che quest’ultimo non poteva improvvisamente dirottare la trasmissione e scagionarsi di fronte al pubblico (lo ha già fatto a suo tempo su Repubblica e sul suo blog). Siamo in campagna elettorale (son 16 anni che dura:quasi una generazione) e quel che lo spettatore ha visto è l’azzannarsi tra due professionisti dell’informazione: giacché questo avviene, quando il giornalista abbandona il rapporto con i fatti e, durante una competizione elettorale, entra anch’egli in campagna.

Se così stanno le cose, non conta quello che viene riferito sull’indagata Protezione civile. Non conta nemmeno la domanda posta nel corso di Annozero dal direttore di Libero Maurizio Belpietro (forse è stato teso un agguato a Bertolaso?). Altre cose contano, in trasmissioni del genere (Annozero, Ballarò, Porta a Porta): d’un tratto dall’ombra esce un missile, e tira fuori il presunto affaire delle frequentazioni di Travaglio. Un’affaire su cui è stata fatta chiarezza, ma che serve a disorientare lo spettatore-elettore. Che vuole, un giornalista come Porro? Non il Pulitzer evidentemente, perché nessun vincitore di simili premi (da Art Buchwald a Maureen Dowd, da James Risen o Anthony Lewis) passerebbe il tempo denigrando un altro giornalista. Vuol dimostrare a una parte politica di essere suo fedele palafreniere e propagandista .

NOIA E ZAPPING

Per far ciò ha stravolto il mestiere. Un mestiere che il più grande maestro di tutti noi scrivani di giornali, Walter Lippmann, ci ha insegnato fin dall’inizio del secolo scorso. La libertà, così scrisse a quel tempo, non è quella di rendere il giornalista responsabile verso l’opinione sociale prevalente: «Più importante di tutto il resto è rendere l’opinione sempre più responsabile verso i fatti». E ancora: «Non esiste libertà in una comunità cui manchi l’informazione attraverso la quale può scoprire e smascherare la menzogna». Non solo: veramente in gioco non è in fondo la libertà di opinione, e il male non consiste tanto nel sopprimere una particolare idea. “Quel che è davvero mortale è sopprimere le notizie (news)” (Lippmann, Liberty and the News, 1920). Per questo è così bello il motto della Bbc: Put the news first, in primo piano metti le notizie, i fatti, i testimoni. Porro cade nel mortale tranello. Non diversamente dall’imprenditore Berlusconi, scende anche lui in campo, annebbiando le frontiere tra arti e tra mestieri.

Scrive Santoro a Travaglio che l’intero suo “gioco” ha un obiettivo: non diventare «noioso», altrimenti «il pubblico più infedele cambia canale». Non prendersela con le aggressioni ma rispondere con l’ironia, sapendo che una trasmissione di successo non è fatta solo di fan. Sul set ha detto: «Ogni volta che volete insultare Travaglio insultate me, perché a me non me ne frega niente». Certo ogni trasmissione corre il rischio che il pubblico annoiato da monotonie cambi canale.

Ma corre anche il rischio che il canale lo cambi proprio perché il programma di Santoro è un ring che “mette in gioco non solo nozioni ma emozioni, (...) passioni anche viscerali”. Anch’egli, a suo modo, non distingue tra opinioni e notizie, e quando parla di fan – in questo è simile a Vespa – non sembra intendere i fan delle news. C’è infine nella lettera un passaggio sul quale dissento profondamente: è vero, una trasmissione non può farsi paladina di una sola verità, deve sempre strusciarsi contro idee contrarie, senza «stilare la lista dei buoni e dei cattivi”. Ma quel che è falso, quel che fa male e fa soffrire, non è un’opinione bensì un fatto, e il fatto a differenza dell’opinione non puoi relativizzarlo.

È Popper a insegnarlo, che esecrava le verità assolutizzate. A mio parere, questo dovrebbe guidare il giornalista: non la ricerca dell’idea vera – queste verità sì che sono sfuggenti, come afferma Santoro – ma l’individuazione del male concreto, fattuale, che può scaturire dalle contro-verità. Difficilmente confutabili, mali di tal genere non sono sfuggenti. Ovvio che in nessun paese democratico il giornalismo è perfetto. Ma in Italia è singolarmente imperfetto. Senza una informazione indipendente, connessa ai fatti e ai loro testimoni, non esiste funzionamento democratico, e l’aggressione che essa subisce è uno dei punti che maggiormente definisce la non-democrazia di Berlusconi.

Alterare l’informazione prendendo possesso dei media vuol dire disinformare metodicamente i cittadini, che voteranno senza sapere per chi votano e per cosa. Il vero attacco alla sovranità del popolo, sbandierata dal presidente del Consiglio, è qui.

LEZIONE AMERICANA

Prendiamo l’esperienza degli Stati Uniti. Il giornalismo americano, nei primi anni delle guerre di Bush jr, commise errori enormi, di infedeltà ai fatti e di fedeltà al potere politico. I reporter detti embedded dormivano nello stesso letto dei potenti. Ma poi è venuta l’ora della presa di coscienza, dell’ammenda anche se non confessata. I giornalisti hanno scoperto che il loro essere embedded li aveva allontanati dalla realtà. Che importanti verità fattuali, dette agli esordi da giornalisti come Seymour Hersch o testimoni come Hans Blix, non erano state ascoltate.

Certo può capitare di sbagliarsi, a Travaglio come a Hersch e a tanti altri giornalisti d’investigazione. Penso anche che in Annozero, Travaglio abbia goduto di un diritto che tutti dovrebbero avere ma non hanno: quello di dire i suoi testi senza essere interrotto. Il modo in cui oltre alle sue indagini minuziose paga anche questo diritto (dovuto a indubbio talento) non è per questo meno scandaloso, ed è sintomatico di un giornalismo in crisi degenerativa. In America, la presa di coscienza è avvenuta durante l’uragano Katrina, nel 2005, ed è stata un ciclone anch’essa, che ha messo in luce l’inettitudine, lo sprezzo della povera gente (soprattutto nera), l’arroganza-corruzione del governo e della sua Protezione civile (la Fema, ovvero Agenzia federale per il Management dell’Emergenza).

Per il giornalismo americano, è stata un’ora grande di verità, di introspezione, e di ripresa. Spero che quel momento venga anche in Italia. Che scopriremo anche noi le parole di Joseph Pulitzer: «Un’opinione pubblica bene informata è la nostra corte suprema».

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