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giovedì 13 marzo 2008

Gesù, Colui che si lascia consegnare nella fiducia al Padre e a vantaggio degli uomini

Durante la celebrazione eucaristica della domenica delle Palme, si leggono i capitoli relativi alle ultime ore di vita di Gesù, il cosiddetto Passio. Esso, oltre a essere molto lungo, ha anche una tale ricchezza di contenuti da renderne impossibile un’analisi esaustiva: siamo infatti di fronte all’attestazione scritta dell’evento fondante e allo stesso tempo definitivo della vita umana. È il nucleo incandescente del Cristianesimo!
Non si può dunque fare altro che scegliere una delle molte prospettive possibili che il testo suggerisce e provare a seguirla, consapevoli di lasciarne fuori molte altre…
Quella che a me sembra più promettente è la focalizzazione sulla libertà di Gesù, sul suo modo cioè di entrare in questa drammatica storica, in queste ore della sua vita, nei suoi rapporti, nelle sue sensazioni, reazioni, parole…
E in proposito prima di scorrere il testo stesso, mi sembra opportuno fare due premesse:
1- Troppo spesso il Vangelo (e in particolare questa sezione) viene letto come se fosse “la storia di Gesù” (c’è quella di Cappuccetto Rosso e c’è quella di Gesù…), un insieme cioè di parole da cui va tratto un insegnamento o delle informazioni sul protagonista… Il problema è che questa prospettiva è troppo riduttiva: così facendo infatti si perde proprio la realtà storica dell’evento e la drammatica che lì si snoda; soprattutto si rischia di togliere Gesù da questa realtà, rendendolo una sorta di ectoplasma cosmico, inconsistente, indifferente agli eventi… come se lui fosse appunto ormai lassù nei cieli e, quanto si racconta di lui, abbia solo uno scopo edificante o informativo. La Parola di Dio invece è accesso reale (insieme ai sacramenti e alla faccia dei fratelli) alla singolarità di Dio, che è la libertà storica realizzata in Gesù. Noi confessiamo infatti «Gesù Cristo è Signore!». Per questo è così fondamentale che la drammatica (lo svolgersi in un dramma) della vita di Gesù, attestata nei Vangeli, ci incontri veramente, ci tiri come dentro alla storia stessa che ha vissuto Lui, si incroci e intrecci con la nostra. Altrimenti Egli sarà sempre estrinseco alla mia vita, non la intercetterà mai veramente, restando solo un buon modello di vita, un esempio da seguire, ma non Colui che mi tocca nelle viscere, mi seduce, mi convince, mi salva e mi ama.
2- Seguendo invece questa prospettiva (di lasciarci tirar dentro allo snodarsi degli eventi che hanno implicato Gesù, per guardarli dal di dentro), seguendo questa prospettiva, appunto, mi pare che sia utile porre all’inizio due linee guida che ci evitino di disperderci strada facendo e invece fin da subito ci delineino il percorso, ponendo in campo quali sono le convinzioni forti che guidano Gesù stesso mentre costruisce le sue ultime ore di vita. Tali punti di riferimento li rintraccio entrambi nella I e II lettura, che mi paiono accostate a questo Vangelo proprio per aiutarci a trovare queste chiavi interpretative:
- La prima è che Gesù in tutto quanto fa, vive, decide, si riferisce sempre ostinatamente a qualcun Altro; ciò su cui, contro ogni logica, continua a insistere è infatti proprio il riferimento al Padre suo. Su questa cosa non cede di un millimetro, per cui tutto quanto leggeremo sullo snodarsi delle sue ultime ore di vita va collocato in questa prospettiva: «Il Signore Dio mi assiste».
- La seconda è che oltre al Padre, c’è anche un altro riferimento imprescindibile per Gesù: «perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato», «perché ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: “Gesù Cristo è Signore!”». È cioè il riferimento agli uomini, all’umanità tutta, che nelle sue ultime ore di vita, prende i volti precisi di quelli che gli stanno intorno. Ogni altro personaggio che incontra in questo svolgimento drammatico della sua libertà non è infatti mai “neutrale”; per ciascuno di essi Gesù ha proprio questo sbilanciamento: scegliere chi essere per loro.
Nel costruire la sua libertà dunque, quel suo pezzettino personalissimo di storia, scegliendo cioè volta per volta, di reazione in reazione, parola per parola (…) chi essere, lo fa sempre tenendo ben a mente questi due fondamentali riferimenti: il Padre e gli uomini. Egli cioè sceglie come muoversi, cosa fare e, in fin dei conti, chi essere, in base agli uomini, al suo amore per loro, e confidando nella fedeltà del Padre.

Posti questi due grandi binari, possiamo allora provare a percorrere il farsi uomo di Gesù in queste ore…

L’ouverture di questa grande scena finale del Vangelo è collocata immediatamente nell’atmosfera di una nitida consapevolezza di Gesù sul fatto che ormai ci siamo… Ai suoi discepoli che gli chiedono dove vuole che sia preparato per la Paqua, risponde infatti dicendo «Il mio tempo è vicino».
Questa sua lucidità nel leggere la situazione ci permette immediatamente di collocarci nella giusta prospettiva: Gesù non subisce quello che sta avvenendo, non siamo di fronte ad un capitolare inaspettato degli eventi… Siamo invece dentro alla vicenda umana di uno che ha un’intelligenza chiara della realtà che lo circonda.
Tanto chiara da non essere vittima incosciente delle trame che si tessono intorno a lui: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Non è cieco nemmeno sulle dinamiche interne al suo gruppo, ai vicini, quelli di cui è sempre così difficile avere una visione limpida, perché gioca troppo fortemente l’affettività. Eppure, con un tono di tristezza mortale, che seppur non descritto si può facilmente evincere dal dialogo con Giuda, Gesù dichiara inesorabilmente la sua consapevolezza: «Il Figlio dell’uomo se ne va» e «Tu l’hai detto».
È dentro a questo contesto di grandissima lucidità sulla realtà che va posta anche l’ultima cena e il significato che Gesù ha voluto darle: «questo è il mio corpo», «questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati». Ponendo questa identificazione tra pane e corpo, vino e sangue, Gesù ha come spiegato in anticipo il dono di sé sulla croce. Non so se Gesù sapesse già come, quando e dove sarebbe morto… ma di certo a questo punto sapeva sicuramente che sarebbe morto, e che sarebbe morto presto… E pone in campo il massimo della prossimità possibile: rendersi mangiabile, diventare dunque così intimo ad un altro da far parte di lui, in tutta la propria sostanza (corpo e sangue).
È il gesto di uno che sta per morire, che sa che sta per lasciare i suoi e che è l’ultimo momento che li ha lì… e cerca con loro la comunione più grande… dimostrando in questo modo il suo attaccamento alla vita, al mondo, ai volti amati… È la stessa prossimità che cerca anche un attimo dopo sul monte degli Ulivi, nel podere chiamato Getzemani, quando, cominciando «a provare tristezza e angoscia», ai “discepoli delle occasioni importanti” (Pietro, Giacomo e Giovanni) dice: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Ma i discepoli non hanno la sua stessa lucidità… a guardarli, nonostante le parole dette a cena da Gesù e l’avvertimento «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo», sembra non abbiano percepito l’imminenza e la portata di quanto sta per accadere; infatti: «venne dai discepoli e li trovò addormentati», «Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti».
Eppure proprio mentre loro dormono Gesù vive uno dei momenti più intensi di queste ultime ore della sua vita: entra in dialogo col Padre suo. È forse ciò che lo abilita a vivere tutto quanto seguirà: infatti è come se si ritagliasse uno spazio e un tempo sacro, cioè separato, riservato per fare il punto della situazione col Padre suo… è il momento del prendersi in mano, del decidere chi essere, per poi tornare nella sequenza frenetica degli eventi ed esserlo.
Vorrei che ci fermassimo un attimo su questa preghiera di Gesù: un po’ perché ci mostra quanto la nostra idea di sacro sia lontana da quella che vive lui in questo momento; un po’ perché egli vive fino in fondo quello che dovrebbe essere la preghiera, e cioè l’accedere a Dio non meno che a se stessi. Anzi, accedere a se stessi, nell’unico modo possibile: riconoscendoci cioè nell’identità che il Padre ci dà, l’unica vera, quella di un figlio amato. E non di un qualunque figlio, ma di questo figlio singolarissimo e irripetibile che sono io.
È per questo che è così importante questo momento per Gesù stesso, perché è come se si fermasse un attimo nel vortice degli eventi e facesse memoria della sua identità, per viverla immediatamente dopo in quello che gli sta per accadere. In questo senso mi pare vadano lette tutte le affermazioni che egli pronuncia rivolgendosi al Padre: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!», «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà»; affermazioni che stanno appunto come in evoluzione, per culminare nella scelta su chi essere: «Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». Gesù ha scelto di essere Colui che si lascia consegnare nella fiducia al Padre e a vantaggio degli uomini.
D’ora in avanti tutto quanto vivrà sarà come lo svolgersi analitico di questo momento sintetico.
Dapprima l’arresto, con le parole di Gesù che rivelano tutte come un’amarezza di fondo: «Amico, per questo sei qui!»; «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato». Ma non è un’amarezza che lo inasprisce o che lo rende aggressivo: sembra più un’ironia sconfortata, la sua… che culmina nell’abbandono da parte di tutti i suoi: «Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono». Cosa anche questa che peraltro Gesù sapeva di dover affrontare («Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge”») e per la quale aveva già sorriso amaramente in precedenza, quando Pietro aveva offerto le sue generose rimostranze: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò».
Ma ormai Gesù è in arresto, processato arbitrariamente e continua a mostrarsi in silenzio: «Gesù taceva». Non parla più, non prova a spiegarsi, non tenta di convincere: ha capito che non c’è più spazio per la verità che lui ha da dire, troppo eversiva per il potere costituito; tant’è che quand’essa emerge per bocca di Caifa «sei tu il Cristo, il Figlio di Dio», essa è usata come motivo di condanna.
La stessa scena si ripresenta con Pilato, dove interessante è vedere come ancora una volta siano gli altri a dire la verità su Gesù (anch’egli infatti gli chiede «Sei tu il re dei Giudei?»), mentre Gesù, oltre a rispondere, per la terza volta, come a Giuda prima e a Caifa poi, «Tu lo dici», non fa altro che tacere: «non rispose nulla», «non gli rispose neanche una parola». Ormai infatti la verità di Gesù, la sua identità è entrata in contatto col sistema immunitario del potere, che non ha altra intenzione che espellerlo, come un germe pericoloso. È proprio perché la sua verità è vera che è così pericolosa, tant’è che tutti la affermano, ma ormai davvero solo per eliminarla.
Gesù è così condannato, flagellato, spogliato, sbeffeggiato, sputato, percosso, crocifisso, tentato: «salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Ma in tutto questo Gesù continua a incarnare l’uomo (e il Dio) che ha scelto di essere: Colui che si lascia consegnare nella fiducia al Padre e a vantaggio degli uomini. È infatti completamente passivo: si lascia fare, come aveva deciso al Getzemani. L’unica cosa che fa attivamente è la scelta di rimanere lucido: «gli diedero vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere».
E così, lucido e consegnato, è anche il modo in cui muore…
Fedele a se stesso, a Dio e agli uomini: a quel suo modo di essere Figlio che per tutta la vita aveva costruito nella relazione col Padre; a quel Dio che anche nell’angoscia della morte è comunque sempre interpellato come un Tu: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»; e a quegli uomini per i quali, solo, aveva scelto di essere Dio così. E è di questo Figlio che noi diciamo «è Signore!».

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