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giovedì 14 marzo 2013

L'adultera: un testo "blasfemo"

Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, cosi siete voi nelle mie mani (Ger 18,6)

Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa. Mi glorificheranno le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi, perché avrò fornito acqua al deserto, fiumi alla steppa
Sono immagini inaudite quelle di Isaia, umanamente impossibili da credere, non ricadono cioè all’interno della nostra esperienza… eppure è l’annuncio di qualcosa di nuovo per quanto inaudito! Al punto che tutto quello che abbiamo vissuto, esperimentato, per quanto bello, grande e divino, sublime, prezioso, “tutto”, ma proprio tutto ribadisce san Paolo, tutto è “perdita” di fronte alla sublimità della novità di Cristo! Ma qual è questa novità?

Certamente non può essere una novità puramente marginale al nostro comune senso religioso: Gesù non è la ciliegina sulla nostra torta religiosa. Un abbellimento, una facilitazione alla fede, al nostro comune senso religioso. Gesù è “altro” credere, vivere la fede, la religione, la preghiera, la morale, è “altra” veramente altra perché nuova vita.

Lo scopriamo nel Vangelo di questa domenica.

Sebbene quest’anno liturgico si appoggia fondamentalmente sul Vangelo di Luca, in questa V domenica di quaresima la chiesa ci propone il brano evangelico di Giovanni della donna adultera. Perché? Perché in realtà pur essendo collocato in Giovanni è quasi certamente di Luca (e alla sua teologia).

Infatti la Bibbia di Gerusalemme (BJ) alla nota che introduce il brano in esame afferma: Questo brano, omessa dai più antichi testimoni (mss, versioni, Padri), spostato da altri, dallo stile di colore sinottico, non può essere dello stesso Giovanni. Potrebbe essere attribuito a Luca (cf. Lc 21,38+). La sua canonicità, il suo carattere ispirato e il suo valore storico sono in ogni caso fuori discussione. Andiamo allora a vedere la nota chiave (BJ le segna con un +) in Luca 21,38 e leggiamo: Il contatto letterario con Gv 8,1-2 è evidente. Il brano della donna adultera (Gv 7,53-8,11), che molte ragioni invitano ad attribuire a Luca, troverebbe qui un contesto eccellente.

Proviamo a fare una verifica e vediamo che sono, proprio come dice la nota appena letta, letterariamente identici.

Giovanni 8,1Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. 2Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.

Luca 21,37Durante il giorno insegnava nel tempio; la notte, usciva e pernottava all’aperto sul monte detto degli Ulivi. 38E tutto il popolo di buon mattino andava da lui nel tempio per ascoltarlo. (Segue il capitolo 22 con l’inizio del racconto della Passione).


Prova ulteriore è che Gv 7,52 continua logicamente in 8,12 e ancora molti commenti esegetici nel commentare il vangelo di Giovanni ignorano completamente l’episodio dell’adultera (vv da 7,53 a 8,11. Così ad es. Henri van den Bussche)...

“Ricostruiamo” allora il vangelo di Luca così come “suggerito” dalle note della BJ.
Che cosa succede? Se nel contesto del vangelo di Giovanni, il brano sottolinea il fatto che Gesù, luce del mondo e acqua viva, è colui che non giudica nessuno e che dal suo giudizio sarà giudicato, in Luca, oltre a tutto ciò, acquista una valenza più profonda e “inaudita”, direi “blasfema” ai comuni occhi e orecchi religiosi e spiegano a mio parere della “censura” di cui è stato oggetto.
Concretamente il brano in Luca diventa una anticipazione di tutto quello che seguirà nella Passione (che inizia subito dopo al cap 22). Ne rivela il significato profondo, né è sintesi e manifestazione “anticipata”: insomma prepara il lettore allo shock con cui Luca guarda e descrive quello che accadrà dopo. Non tanto la crocifissione, ma ciò che nella “Passione” realmente accade nel suo contenuto essenziale!

Allora proviamo brevemente a vedere da vicino questo brano:
Ciò che salta subito agli occhi è la connessione diretta tra il racconto della donna adultera e il racconto della Passione. Per il metodo di scrittura dell’antichità ci sono delle parole chiave che fanno da connessione logica ai racconti. Il lettore è costretto grazie a queste “parole gancio” a fare il collegamento tra i vari episodi e attraverso di esse cogliere una “identificazione” tra i vari racconti…

Per prima cosa notiamo che la famosa frase di Gesù (Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei) non è una semplice frase su un peccaminosità generica. Gesù non sta banalmente dicendo «Ma dai suvvia, anche voi siete dei poveri peccatori, lasciate perdere!». Ma questo lo sapevamo già! (Ecco un buon principio: mai far dire al Vangelo ciò che già sappiamo!)… Oltre al fatto che non si capirebbe perché gli anziani siano i primi ad andarsene! Infatti l’avere più cose da farsi perdonare non dipende dall’età ma dal tipo di vita e da questo punto di vista un giovane può aver più da farsi perdonare di un anziano. In Luca 7,47 questo appare evidente: la prostituta, che evidentemente era nel fiore della propria bellezza giovanile, ha molto amato, perché gli è stato molto perdonato… e se c’era molto da perdonare vuol dire che, nonostante la sua giovane età, aveva molto peccato… Allora perché gli anziani se ne vanno prima? Perché l’adultera non poteva esserlo senza il contributo dell’uomo adultero. Quelle braccia che l’avevano collocata in mezzo pronti per lapidarla erano le stesse che fino a poco prima l’avevano abbracciata… E i vecchi “clienti”, diciamo così, se ne sono andati prima! Il peccato che Gesù ricorda loro è proprio lo stesso per cui volevano lapidare la donna! Questo lo si coglie anche dal finale: va’ e d’ora in poi non peccare più: di quel peccato lì! perché è ovvio che in senso generico certamente quella donna avrebbe peccato ancora!

Proviamo adesso ad immaginarci la scena: cosa abbiamo? Degli “adulteri” che vogliono lapidare un’adultera, posta in mezzo! dall’altra parte Gesù, l’unico non adultero.
C’è una comunione nel male tra la donna e coloro che la voglio lapidare che rompe ogni comunione: prima armata poi indifferente… E apparentemente almeno fino a questo punto, prima della discussione non ce n’è alcuna tra Gesù e la donna.
Gesù all’inizio tace: fa finta di niente? (silenzio di Dio?), “crea” sulla sabbia? traccia il proprio destino? In ogni caso sembra non voler aver niente a che fare con loro…
Resta il fatto che il risultato finale del dialogo è che coloro che erano in comunione nel male con la donna, si dissociano (etimo di diavolo), se ne vanno, ma la donna continua (!) in silenzio (!) a restare nel mezzo: Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo! Logicamente è impossibile che stia ancora in mezzo se tutti se ne sono andati! … Perché Luca insiste sul fatto che sia “in mezzo”?

Il rimando è al racconto della passione a cui la “parola gancio” “in mezzo” rinvia! Luca nel racconto della crocifissione è il solo che dice esplicitamente che Gesù è in mezzo e perché non ci siano dubbi in proposito lo specifica: uno a destra e l’altro a sinistra ai due ladroni (letteralmente: i senza-legge: i senza Torah! i senza Dio!).
Ora qui l’adultera si trova in mezzo proprio come Gesù sarà in mezzo ai senza-Dio: e al lettore attento non può non scattare l’identificazione adultera≡Gesù o meglio, nel racconto della passione, Gesù≡adultera! (l’adulterio è il peccato di Israele verso Yhwh! (idolatria): Negli oracoli dei profeti, e particolarmente di Isaia, Osea ed Ezechiele, il Dio dell’alleanza-Jahv “viene rappresentato spesso come sposo, e l’amore con cui egli si è congiunto ad Israele può e deve immedesimarsi con l’amore sponsale dei coniugi. Ed ecco che Israele, a causa della sua idolatria e dell’abbandono del Dio-sposo, commette davanti a lui un tradimento che si può paragonare a quello della donna nei riguardi del marito: commette, appunto, «adulterio». Giovanni Paolo II, Udienza Generale, 20 Agosto 1980)
L’associazione immediata è blasfema per la religiosità umana e domanda un salto verso una fede veramente nuova e religiosità altra (cfr prima e seconda lettura). Perché se qui è l’adultera che ha il posto che avrà Gesù, dopo nel racconto della crocifissione è Gesù che ha il posto dell’adultera: “in mezzo”! E quindi nella crocifissione Gesù si identifica con quest’adultera (non quindi con una semplice peccatrice!!) che tutti volevano uccidere, lapidare, crocifiggere! Quando affermiamo che Gesù il giusto è morto da ingiusto, da peccatore, rendiamoci conto che sono espressioni astratte: noi non abbiamo idea, per l’abitudine forse, di che cosa questo significhi concretamente! Gesù insomma assume quel/ciascun concreto e particolare peccato storico che commettiamo.
Salvare, liberare cioè qualcuno, è prendere il suo posto, assumere, portare su di sé il peso della sua storia… altro che “fare la carità”, perdonare le offese facendo finta di niente… ecc.

La donna, il suo essere chiamata così “donna” (cf “Ecco l’uomo” di Pilato), il suo stare in mezzo, il suo subire in silenzio… non possono non rimandare per immediata associazione di immagini, all’Agnello-Gesù della Passione.

Così il risultato finale dell’episodio dell’adultera è l’immagine capovolta della scena con cui è iniziata, è speculare ad essa… l’effetto voluto da Luca è un Gesù che in qualche modo, prende il posto “relazionale” di coloro che la volevano lapidare prima e se ne vanno poi (relazione senza comunione), per liberarla (relazione che crea comunione) e portarla finalmente “a parola”! Solo la comunione instaurata da Gesù dà vita: e finalmente la donna “parla”! e la sua risposta (“nessuno”) è di perdono verso quelli che volevano lapidarla e che andandosene, non instaurano affatto comunione, cioè non vanno da lei “scusandosi” di quello che stanno facendo. Non si convertono nel perdono reciproco). Ed è nello stesso tempo un riconoscimento di Colui da cui viene questa sua capacità di perdono: “Signore”…

La domanda a cui Luca vuole rispondere quindi è “come concretamente Gesù ci salva?”. La risposta qui e nel cap 22 che segue è che avviene in qualche modo uno “scambio” di posizione tra il Giusto Gesù e l’ingiusto peccatore concreto ed è questo scambio che permette all’uomo, qui donna, peccatore di non peccare più (è reso libero!), di diventare “giusta” perché giustificata, ma per fare questo Gesù deve assumere esistenzialmente il destino dell’“empio”, distruggendo l’empietà, la rottura della comunione, coll’abbandono al Padre.

Infatti la scena finale è shoccante: se si guarda l’episodio dall’inizio si vedono gli adulteri che rompono la comunione con la donna adultera, se la guardi dalla fine si vede Gesù che instaura invece la comunione. La donna sempre in mezzo fa da “medium” letterario… ancora… se Gesù instaura una comunione con l’adultera… ebbene ne condivide il destino, e la condanna!
Il risultato è che Gesù, agli occhi di chi legge, appare “adultero”, “prostituto” lui stesso: come ogni uomo che pecca (cfr quanto detto dai profeti dell’AT)!

Si può comprendere adesso, come l’immagine, troppo forte dell’autore lucano, abbia spinto molti a censurare la pagina… o a metterla in un contesto dove questo appare meno evidente per non dire occultato completamente (ecco una prova che mostra la necessità di collocare un testo/brano/fatto/parola nel contesto, per coglierne il suo vero significato). Ma così facendo non si dà ragione della Croce: del perché della “necessità” di una morte così e del perché una morte così “ci” salva. E “salva se stesso” (cf Lc 23,37.39) cioè Gesù stesso, portando a perfezione la sua comunione col Padre (cf Lettera agli Ebrei 5,8)

Aggiungo come questo “in mezzo” è ulteriormente sottolineato da Luca nell’ultima cena, mettendo in bocca a Gesù le parole del profeta Isaia, che gli altri evangelisti invece omettono: «e fu annoverato tra gli empi» (Lc 22,37; cfr. Is 53,12d) e poco prima, afferma: Io sto in mezzo a voi come colui che serve (22,27). A neanche 30 versetti dallo stare in mezzo dell’adultera: l’aggancio è troppo evidente per essere ignorato e non scandalizzare il senso religioso comune!

Conclusione provvisoria (perché il Vangelo è sempre un testo aperto a nuovi approfondimenti e acquisizioni)
1) La salvezza che ci viene da Gesù e a cui ci stiamo preparando non si attua nel suo doloroso morire, e nemmeno nel suo morire da “vittima innocente” (sarebbe uno dei tanti “errori giudiziari”!), né basta che sia un Dio a morire così. L’azione salvifica di Gesù consiste nel suo assumere la nostra vita “di” senza-Dio per introdurvi il Padre! Questo, significa la sua morte ignominiosa – “da” senza-Dio – della Croce! E infatti questo significa la “croce”, non tanto sofferenza, ma ignominia! Gesù “deve” assumere la nostra vita fallita, fin nella nostra morte totale per poterci dare – nel rispetto della nostra storia (senza dannarci cioè distruggerci fissandoci nel nostro fallimento e schiavitù!) – la sua Giustizia, il suo modo di essere, il suo modo di affrontarla, di viverla da Giusto. Quel “come” un malfattore va preso quindi in senso letterale, di vera “assunzione di destini” (da cui il termine “Paraclito”) nel quale prende realmente su di sé l’autodistruzione della nostra vita, i fallimenti dell’umanità, il nostro inferno quotidiano!

Immediato viene il rimando alla vita dei santi (Teresa d’Avila, suor Faustina, ecc.) che hanno fatto l’esperienza misteriosa di assunzione delle prove, tentazioni, di coloro che avevano a cuore o in cura. Es. letterario lo troviamo nel Dialogo delle carmelitane di Bernanos: la priora che fa esperienza della morte “disperata” della consorella affinché lei possa fare esperienza della sua morte pacificata! La “comunione dei santi” è questa comunione di storia!

2) Luca dice nel suo vangelo che solo l’“assunzione” dei drammi del fratello/sorella, libera veramente. Ciò che Luca vuol dire non è ancora sottolineato nella predicazione e nella vita della chiesa che spesso riduce la Croce a dolorismo!
Una chiesa che non scambia e si contamina assumendo su di sé i drammi della vita dell’altro, che invece si arrampica alla propria sacrale purezza cessa di essere “sacramento di liberazione” (Vat II). La paura di contaminarsi per timore di perdere la propria identità sacrale fino a “separarsi” dal mondo/laici/altri, fa del cristiano un neofariseo (significato di fariseo è: separato)! Insomma una Chiesa, un cristiano, un ordine religioso, che non “scambia”, che non si contamina, che non assume, per paura di perdere la propria sacrale identità personale o carismatica, fa del cristiano, religioso, chiesa, la versione moderna del fariseismo.

“Santo” traduce l’ebraico qadosh “separato”: Nel racconto dell’adultera, nello scambio, c’è il rifiuto della santità come separazione: nasce quindi un nuovo modello di santità come commistione!
Nel racconto dell’adultera, Dio non appare più “santo” (separato) ma immischiato con la storia umana: contrariamente a Pilato, Dio ama sporcarsi le mani! Così deve fare la chiesa e il cristiano: questo è il vero significato del perdono e quindi dell’amore! (Non si salva l’umanità standone al di fuori!)

Cristiano implica convertire anche parole: Quindi propriamente parlando “santo” è solo Dio: inaccessibile, separato da questo mondo, trascendente. Nell’ebraismo più correttamente l’uomo che vive in pienezza di Dio è Giusto! L’uso comune che ne facciamo non consente cogliere il suo autentico significato biblico!

Ecco perché quel “in mezzo” di Luca appare ancor più “osceno” cioè fuori da ogni scena religiosa! Il Dio di Gesù Cristo già con l’Incarnazione rifiuta questa accezione di santità. Santo è colui che non si lava le mani, ma si sporca mani e piedi e rischia anche di “dannarsi” (Rom 9,3: Infatti desidererei essere io stesso anatema e separato da Cristo per i miei fratelli, miei parenti secondo la carne) – di separarsi da un certo Dio – pur di non abbandonare il fratello al suo disperato destino! Ecco perché la Chiesa non può non essere missionaria! E missionaria così!

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